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I gesuiti nei primordi del calcio brasiliano

© Marcello Casal Jr. / ABr

Terre D'America - pubblicato il 17/06/14

Origini, sviluppo, contraddizioni in un interessante articolo della rivista brasiliana Passos

Lo sapevate che sono stati i discepoli di Sant’Ignazio ad introdurre il calcio nel paese dove il calcio è vita, arte, passione di moltitudini e conoscenza di popolo? E’ proprio così e lo documenta in modo convincente la rivista brasiliana Passos in un articolo dedicato alla “beleza e as contradições da Copa”. Dove si apprende che «dal 1879 al 1881 i gesuiti del Collegio San Luigi della città di Itu, nello stato di San Paolo, visitarono i grandi collegi europei per venire in contatto con esperienze interessanti in vista dell’introduzione delle pratiche sportive nei loro collegi, “affinché tutti i muscoli funzionassero in maniera armoniosa, mentre le lezioni morali derivanti dallo spirito sportivo sarebbero state assimilate attraverso giochi divertenti e ricreativi”». La citazione appartiene al libro “Visão de Jogo: primórdios do futebol no Brasil” (Visione di gioco: i primordi del calcio in Brasile) dello storico José Moraes dos Santos Neto, ed è supportata da una messe abbondante di documenti, fotografie, atti, diari scolastici di alunni e insegnanti. Dai quali si apprende anche che i religiosi, una volta in Francia, “visitarono il collegio di Vannes, dove già si praticava il calcio, ed entrarono in contatto con padre Du Lac, grande sostenitore dell’introduzione del football inglese nelle scuole, dal momento che secondo lui questo sport era un giusto equilibrio di virilità e morale, atto a formare giovani sani e buoni cittadini”.

Seguendo il consiglio del sacerdote francese, in Inghilterra i gesuiti conobbero il calcio che si giocava alla Harrow School. Poi si trasferirono in Germania, dove gli educatori si servivano di questo sport insieme alla ginnastica tedesca. Di ritorno in Brasile i gesuiti in trasferta “introdussero il football nei loro collegi, identificando in esso uno strumento di supporto pedagogico”.

Poi fu tutto un crescendo, sino ai nostri giorni. Tra virtuosismi e contraddizioni di vario genere. “Un aspetto che dimostra come il calcio possa essere vissuto in modo non alienante – scrive la rivista Passos, del movimento di Comunione e Liberazione – è la reazione della società brasiliana al problema del razzismo. Negli ultimi cinque mesi diversi calciatori brasiliani professionisti sono rimasti vittime di questo reato: Tinga, del Cruzeiro, Arouca, del Santos, Marino, del São Bernardo, Assis, dell’Uberlândia, oltre all’arbitro Márcio Chagas da Silva, originario dello stato del Rio Grande do Sul. Un altro caso emblematico è stato quello di Daniel Alves, del Barcellona e della selezione brasiliana, che a fine aprile ha raccolto la banana che gli era stata lanciata durante una partita valida per il campionato spagnolo e l’ha mangiata: un gesto che ha ben presto invaso i social network conquistandosi il sostegno di migliaia di tifosi di tutto il mondo, in particolare brasiliani, che hanno pubblicato foto di se stessi nell’atto di mangiare una banana. Alla campagna hanno aderito anche vari artisti. Le reazioni contro il razzismo dimostrano che i tifosi sono perfettamente consapevoli della dignità di ogni persona, a prescindere dal colore della pelle, e riconoscono nell’altro un essere uguale a sé”.
E le contraddizioni? Anche ad esse la rivista brasiliana dedica una certa quantità di inchiostro. Ma verrà il momento per parlarne. Quando i lavori in corso saranno terminati ed il fragore delle moltitudini speranzose almeno attenuato.

Qui l'originale

Tags:
calciogesuitimondiali di calcio
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