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Quando l’aborto diventa un “obbligo”

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La nuova Bussola quotidiana - pubblicato il 16/06/14

I tanti attacchi all’obiezione di coscienza e non solo

di Tommaso Scandroglio

Un noto adagio recita che fa più rumore un albero che cade che un’intera foresta che cresce. Eppure sul fronte della vita nascente intere foreste vengono rase al suolo senza però che si senta il benché minimo rumore. Alcuni esempi. La Usl 16 di Piove di Sacco nell’agosto 2013 aveva firmato una convenzione con il Movimento per la Vita (Mpv) affinchè aprisse uno sportello presso l’ospedale cittadino per fornire consulenza alle donne che volevano abortire. Dava anche la possibilità ai volontari di girare per i reparti muniti di un distintivo di riconoscimento. 

Il consigliere regionale Pietrangelo Pettenò (Federazione della Sinistra) propose allora un’interrogazione alla giunta Zaia per bloccare l’iniziativa: «Non risulta approvato nessun regolamento regionale in materia, come prevede la legge. Inoltre viene sollevato il dubbio sulla legittimità, e sull’opportunità, che un direttore generale possa autonomamente stabilire che in corsia possano aggirarsi dei volontari per contattare donne ricoverate. La giunta chiarisca e intervenga per garantire i diritti delle donne». Gli fece eco Daniela Ruffini, presidente del consiglio comunale: «In qualità di capogruppo di Rc farò di tutto per contrastare un’idea di pessimo gusto, volgare. Mi vengono i brividi a pensare che in un momento così critico una donna debba pure essere tormentata. Con tutti i problemi che assillano la nostra sanità, il taglio dei letti, dei servizi e dei convenzionati, spendere soldi per gli antiabortisti è un affronto ai cittadini e ai malati. E’ una decisione di una gravità assoluta». 

Ed ecco che nei giorni scorsi è arrivata la decisione della Regione valida per tutti gli ospedali: bocciata la proposta di permettere ai volontari pro-life di entrare nelle strutture ospedaliere. L’IDV, Sinistra Veneta e PD hanno votato a favore del “divieto di accesso” ai volontari; Forza Italia e NCD si sono astenuti.

Tutto questo in barba all’articolo 2 della 194 che così recita: “I consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato”. Tra l’altro tale decisione dei dirigenti ospedalieri di aprire le porte alle associazioni pro-life non deve sottostare al nulla osta né del Comune, né della Provincia, né della Regione. 

Giriamo pagina. Il 7 giugno scorso la Consulta di Bioetica onlus lancia per il terzo anno consecutivo la campagna “Il buon medico non obietta”, volta a strozzare il diritto costituzionalmente garantito dell’obiezione di coscienza. Tanto per descrivere la fisionomia della Consulta ricordiamo che il suo presidente è Maurizio Mori; uno dei vicepresidenti è Francesca Minerva, che insieme ad Alberto Giubilini – consigliere della Consulta – firmò quel famigerato articolo sulla liceità di praticare il cosiddetto post-aborto (infanticidio); e come tesoriere figura il dottor Mario Riccio, che aiutò Piergiorgio Wekby a morire. 

La campagna “Il buon medico non obietta” prevede una serie di incontri in giro per l’Italia al fine di attirare "l’attenzione sull’inaccettabilità morale del diritto all’obiezione di coscienza a più di trent’anni all’approvazione della legge 194". In una nota la Consulta fa sapere che “oggi non c’è più bisogno di riconoscere il diritto all’obiezione di coscienza in quanto chi contesta l’accettabilità morale dell’interruzione di gravidanza può sempre scegliere una professione o specializzazione che non prevede questa pratica". Come dire che uno dei fini del medico, oltre a quello di curare e nel caso guarire, è anche quello di sopprimere i bambini nel ventre delle loro madri. E se non accetti questo aspetto della professione, caro medico, allora è meglio che cambi mestiere (lasciando così il campo aperto solo agli abortisti).

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abortobioetica
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