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Manaus: il gol più bello porta la firma di un prete

© Public Domain
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L’Italia ha già vinto il suo mondiale con don Ruggero Ruvoletto

Dipinta di terra rossa e cotta dal suo caldo insopportabile, Manaus è l’Africa del Brasile, la decima metropoli brasiliana con i suoi oltre due milioni di abitanti. La sua triade di colori – il giallo, il verde e l’azzurro della bandiera – non riescono, però, ad addolcire l’amara realtà dei rioni popolari, delle storie dei diseredati dell’Amazzonia, della quotidianità inzuppata di umidità e di fragile miseria. I canali maleodoranti, gli scoli d’acqua fognante a cielo aperto, la miseria sotto gli occhi di tutti: è l’altra faccia dell’Amazzonia, quella che sfugge al turismo dei Mondiali. Da Manaus parte l’avventura calcistica della nazionale di Cesare Prandelli: in palio la gloria, gli onori e gli oneri di un pallone che in questa zona di mondo ha i crismi di una religione. Della religione più praticata.

A Manaus, però, l’Italia ha già vinto il suo mondiale. Era il 19 settembre 2009, barrio Santa Etelvina, quartiere periferico di Manaus. Alle prime luci dell’alba una sequenza di spari fece da preludio ad una scoperta: don Ruggero Ruvoletto – prete Fidei Donum di Padova – veniva crivellato a colpi di proiettile. Chi accorse per primo, lo trovò inginocchiato vicino al letto, con il capo reclinato e i segni dei colpi nella nuca. Morto alla periferia di Manaus, in una terra che è ai margini dell’Amazzonia, in una zona dove essere preti è essere uomini di frontiera: custodi fedeli di un’eredità da condividere ed esploratori arditi di terre sconosciute alle quali annunciare una Novella, ch’è buona anche solo a sentirsi narrare. Alla periferia del mondo, laddove il senso di fragilità della gente che vi abita non muove solo ad un pietismo caritatevole ma diventa l’occasione più cristallina per andare al fondo di se stessi, per cercare la verità della propria persona, per inabissarsi nel cuore dell’umano. Per farsi prossimi al Cristo nascosto nelle membra sofferte e sofferenti dei dimenticati della terra: nelle periferie c’è la vita, bella e brutta che sia; la vita sconfitta e la vita povera. In questo “campo della fede” don Ruggero ha firmato un’impresa tremendamente e profondamente umana: quella di lasciarsi sorprendere dall’Amore di Cristo fino a dare la vita per il suo popolo. Costi quel che costi, anche al prezzo della vita: in fin dei conti «è meglio una sconfitta pulita che una vittoria sporca» – narra Francesco, il Capitano della ciurma cristiana.

Non importa se la nazionale italiana conosca o meno la storia di don Ruggero: c’è da credere che magari non sappiano nemmeno ch’è esistito. D’altronde per vincere un Mondiale ciò che conta è la tecnica sopraffine, la conoscenza degli avversari e gli schemi provati in allenamento. C’è però una partita più grande in ballo: quella del diventare uomini veri. In quest’avventura – giocata lontano dai riflettori e scarna di notizie destinate al grande pubblico – quella di don Ruggero e di tantissimi altri martiri della fede rimane una lezione magistrale d’umanità: a volte è necessario perdersi, finanche lasciarsi ammazzare, per potersi ritrovare appieno; «la persecuzione contro i cristiani – ha sottolineato qualche giorno fa il Papa – oggi è più forte che nei primi secoli della Chiesa». Il martirio come il vero contropiede dell’avventura di fede.

E’ emblematico che il primo goal di questi Mondiali sia stato un autogol (quello del brasiliano Marcelo contro la Croazia): a volte eccedere nella difesa non aiuta a costruire un’impresa, tutt’altro. Emblematico, ma non poi così tanto: c’è anche chi nella vita s’accontenta di un pareggio o di passare il primo turno. Per la vittoria finale, occorrerà sognare dell’altro, giocare in attacco più che in difesa: «non accontentatevi del pareggio nella vita» (Francesco). Fino al rischio che vale il prezzo del martirio: osare la vita per strappare la vittoria dell’Amore. In fronte alla quale il Mondiale altro non è che un giochetto da esordienti del pallone.

(da Il Mattino di Padova, 15 giugno 2014)

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