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Salva i bimbi non ancora nati facendosi aiutare dai detenuti

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Aleteia - pubblicato il 10/06/14

Gloria Pelizzo porta avanti un progetto di ricerca all'avanguardia sulla chirurgia fetale tra operazioni impossibili ed ex galeotti

Segnatevi questo nome: Gloria Pelizzo, dal 2010 direttrice della struttura complessa di chirurgia pediatrica del Policlinico San Matteo di Pavia. E da quando lavora lì è l'angelo custode dei bambini non ancora nati. 

Chirurgia fetale 
Gloria fa qualcosa di unico in Italia, come riporta ilGiornale l'8 giugno, un'opera all’avanguardia in campo scientifico: un progetto di ricerca sulla chirurgia fetale, con una dozzina d’interventi chirurgici già all’attivo, metà dei quali eseguiti a cielo aperto e metà con una tecnica laparoscopica mininvasiva (cioè senza bisogno del bisturi) per correggere nei nascituri malformazioni gravissime, come la spinabifida appunto. In tal modo la professoressa Pelizzo riduce l’incidenza dei casi d’idrocefalo, blocca la discesa del cervelletto, evita le complicanze operatorie, assicura un migliore controllo degli arti inferiori: questi bambini un giorno potranno camminare.

In Olanda i giudici le diranno che sarebbe meglio ucciderli i bambini malformati. Ma Gloria Pelizzo fa tante altre cose che non dovrebbe fare. Per esempio ammette nel suo reparto cani e gatti affinché tengano compagnia ai piccoli degenti. Oppure chiama gli studenti del conservatorio di Pavia a suonare il violino e il violoncello nei corridoi, «perché la musica ha uno straordinario potere calmante, dà senso di benessere e limita gli sbalzi di pressione nelle prime due ore dopo l’intervento chirurgico, al risveglio dall’anestesia generale».

Il vero reinserimento sociale
E poi ne ha combinata un’altra davvero molto grossa: ha aperto le porte della struttura di chirurgia pediatrica ai galeotti. Gente come Michele, Cristiano e Raffaello, che stanno scontando la pena nel carcere di Torre del Gallo: detenuti in regime di semilibertà che vengono a rendersi utili. Alcuni tornano anche dopo aver saldato il loro debito con la giustizia. È il caso di Gabriele Albergati, detenuto per furto fino al 2013, che è un po’ diventato la mascotte di medici e infermieri. Il giorno dopo essere uscito di prigione, era già qui, «per riconoscenza verso Gloria», spiega, «che ogni settimana veniva a trovarci in cella». In otto mesi di duro lavoro, senza l’aiuto di nessuno, ha ritinteggiato tutte le 10 camere del reparto. Altri suoi ex compagni di sventura, come Maurizio, Ivano, Hassan, Luigi, Francesco e Pietro, condannati all’ergastolo o a pene pesanti per reati talmente gravi (omicidio, associazione per delinquere di tipo mafioso, rapina a mano armata) da non poter usufruire mai dei permessi d’uscita, si prendono cura a distanza dei 22 ricoverati scrivendo poesie o cuocendo dietro le sbarre Gli Amicotti, gli unici biscotti italiani in vendita a scopo di beneficenza con un ricetta che contempla come primo ingrediente «2 decilitri di bontà», così c’è scritto sulla confezione.

Immedesimazione nelle disgrazie
Alla domanda "Come le è venuto in mente di aprire le porte del suo reparto ai carcerati?" Risponde raccontando un aneddoto che l'ha segnata «Nel 2012 il padre di una compagna di classe di mia figlia mi parlava della sofferenza e dell’isolamento, che per me erano rappresentati dalla malattia e per lui dalla detenzione. Si creò un equivoco sulle rispettive professioni: io pensavo che fosse un medico e lui una collega poliziotta penitenziaria. Quindi è accaduto l’esatto contrario: è stato questo genitore ad aprire a me le porte del carcere in cui lavora. Ho trovato un terreno già arato. Non è che i reclusi pensino molto al dolore altrui: ne hanno già d’avanzo con il proprio. Ma appunto per questo sono capaci d’immedesimarsi subito nelle disgrazie più grandi delle loro».

Tags:
bioeticamedicinascienza
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