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L’invocazione per la pace con Papa Francesco, Peres e Abu Mazen porterà veramente la Pace?

© Public Domain

Aleteia - pubblicato il 07/06/14

Un incontro che tutto il mondo attende con trepidazione, curiosità e, diciamolo, un po’ di incredulità

«Il Papa rappresenta lo spirito della nostra epoca, con la modestia supera divisioni e incomprensioni. C’è un incontro fra globalità delle azioni e dello spirito, si può tenere la propria identità e permettere ad una persona di essere differente.”

Si potrebbero riassumere in questa dichiarazione del Presidente dello Stato di Israele, Shimon Peres, rilasciate aLa Stampa il 24 maggio, i propositi dell’Invocazione di preghiera tra il Papa, Abu Mazen e Peres che si terrà in Vaticano domenica 8 giugno.

Un momento che tutto il mondo attende con trepidazione, curiosità e, diciamolo, un po’ di incredulità. Un evento organizzato in tempi brevi. Il mandato presidenziale di Peres scade il prossimo a luglio e la pace non può aspettare. Serve un segno incisivo, che viaggi sopra le teste programmatiche e diplomatiche che siamo soliti assistere. E questo segno di unità, impossibile all'uomo con le sue sole forze, può venire solo invocando la grazia di un Altro. 

C’è da annotare che Papa Francesco aveva già “sfidato il protocollo” quando aveva chiesto alla regina Elisabetta di Inghilterra, in quanto capo della chiesa anglicana, di pregare per lui. Ma qui c’è una marcia in più.

Di che incontro si tratta?
Sicuramente non sarà un summit politico. Non è nell’interesse di Papa Francesco. Bergoglio non vuole un confronto diplomatico ma una mediazione “spirituale” proponendo un gesto di vera fraternità e unità. Non aspettiamoci dunque risultati politici. Attendiamoci dei suggerimenti, degli spunti, dei fatti che diranno “la pace è possibile e voi (Peres e Abbas) dovete continuare nelle vostre terre, nei vostri ambiti”.

A questo proposito David Horovitz, editore del Times d’Israele, ha scritto che l’incontro sicuramente potrebbe «favorire un atteggiamento mentale differente tra israeliani e palestinesi» aggiungendo che «ridurre l’incontro dell’8 giugno a un atto meramente simbolico significherebbe non comprendere il ruolo che la religione può e dovrebbe svolgere nell’affrontare questioni politiche ed etiche difficili. Nel corso dell’intera storia del mondo, profeti religiosi hanno indicato la strada in situazioni tese per fare avanzare pace e giustizia. Nel secolo scorso, Gandhi, Martin Luther King e san Giovanni Paolo II ci hanno mostrato che la testimonianza religiosa può vincere una guerra senza alzare un dito».

Hamas-Fatah allontana la pace?
Anche se in Aprile,  dopo l’accordo raggiunto fra Hamas (l’organizzazione terroristica che controlla la striscia di Gaza) e Fatah (che governa in Cisgiordania) la parola “pace” sembrava prendere definitivamente la deriva.

A poco erano servite le parole del presidente palestinese Abu Mazen che aveva considerato la Shoah il crimine più odioso contro l'umanità nell'era moderna.  Parole divulgate mentre Israele si accingeva ad osservare l’annuale 'Giornata della Shoah'. «Quello che è accaduto agli ebrei durante l'Olocausto è il crimine più odioso contro l'umanità avvenuto nell'era moderna». Il presidente palestinese – precisa la Wafa l’agenzia palestinese che ha riportato per prima la notizia – aveva anche espresso simpatia  e vicinanza alle famiglie delle vittime e di tutte le molte altre persone innocenti uccise dai nazisti. «Il popolo palestinese, aveva assicurato, si oppone recisamente al razzismo, ed è impegnato in una lotta contro di esso.»

La risposta israeliana
Non si era fatta poi attendere la risposta del premier israeliano Benyamin Netanyahu. «Hamas nega la Shoah, mentre d'altra parte tenta di farne una nuova mediante la distruzione di Israele» e poi «Abu Mazen ha stretto un patto con Hamas. Noi speriamo che lo abbandoni e ritorni sulla strada della pace».

Netanyahu aveva messo in chiaro che Israele non può e non vuole avere nulla a che fare con un governo appoggiato da Hamas, responsabile dell'uccisione "di innumerevoli civili israeliani". "Tutti quelli che cercano genuinamente la pace – aveva ammonito il premier – devono rigettare l'abbracciodel presidente Abu Mazen con Hamas, e soprattutto penso che gli Usa devono chiarire assolutamente ad Abu Mazen che il suo patto con Hamas, un'organizzazione terroristica che cerca la distruzione d'Israele, è semplicemente inaccettabile".

In Vaticano però non ci sarà il priemier “Bibi” ma il presidente Shimon Peres, in quanto si tratta di un incontro non di carattere politico-partitico.

Invocazione, non preghiera
La Santa Sede ha precisato che “si tratterà di un’invocazione, espressione che nel linguaggio comune ha un significato piuttosto forte, e al tempo stesso elimina la parola "preghiera" usata nei primi momenti. Ovviamente resta fermo che i protagonisti s'incontreranno, come ha esortato Papa Francesco, per pregare e invocare la pace in Medio Oriente, ma non si tratta di una preghiera comune. I membri delle Delegazioni, che accompagneranno i protagonisti, nel rispetto della proprie identità religiose, invocheranno la pace per la regione e per i popoli che qui vivono da moltissimi secoli.”

La cerimonia
L’arrivo dei due presidenti è previsto per le 18.15. Entrambi verranno accolti da Papa Francesco in Santa Marta. Dopo un breve colloquio individuale con il Papa e un incontro comune insieme al Patriarca Bartolomeo, si recheranno insieme al luogo della celebrazione. Le preghiere, separate per comunità, seguiranno l’ordine "cronologico" delle 3 religioni: ebraismo, cristianesimo, islam.

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