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Divorzio breve, una sfida da raccogliere?

© Jill Fromer / ISTOCK
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Passa alla Camera la riforma che abbrevia l’iter tra separazione e divorzio. Uno stimolo in più verso il Sinodo sulla famiglia?

Con soli 30 voti contrari (e 14 astenuti) la Camera ha approvato il cosiddetto “divorzio breve” che, modificando la legge Fortuna-Baslini del 1970, riduce a 1 anno – fino ad oggi ce ne volevano 3 – il tempo necessario per ottenere il divorzio; che diventano addirittura 6 mesi, se la separazione è consensuale.

La luce verde al provvedimento è arrivata “in virtù di una schiacciante maggioranza trasversale saldata dai due relatori Alessandra Moretti del Pd e Luca D’Alessandro di Fi. Un esito in parte annunciato, complice però l’accelerazione impressa ai lavori, con il termine per presentare gli emendamenti fissato alla chetichella per il lunedì post-elettorale” (Avvenire, 30 maggio).

In attesa che si pronunci il Senato, forte e con molteplici sfumature la reazione del mondo cattolico. Il presidente del Forum delle famiglie, Francesco Belletti, già all’annuncio della calendarizzazione del voto, aveva detto che “all’insegna del tutto e subito si vuole cancellare di fatto i tempi di riflessione destinati al tentativo di salvare la famiglia e non si prevedono norme a tutela delle parti più deboli (uno dei coniugi e soprattutto i figli) o forme di assistenza alle famiglie in crisi”. Inoltre, “nessuno, nel corso della discussione, si è mai chiesto come aiutare le famiglie prima della crisi”. La conseguenza è “che non si fa nulla per evitare la dissoluzione delle famiglie che è un vero e proprio dramma sociale” (Zenit, 29 maggio).

Per monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, la legge sul divorzio breve “non darà nessun contributo” e non crede “si possa parlare di conquista, tanto meno definirla storica”. Secondo Galantino “togliere spazio alla riflessione non risolverà. Il matrimonio e la famiglia restano il fondamento della nostra società. La fretta non porterà da nessuna parte” (Famiglia cristiana, 30 maggio).

La pensa come il segretario dei vescovi italiani, anche mons. Carlo Rocchetta, teologo e animatore della “Casa della Tenerezza” di Perugia che si dedica alla famiglia e in particolare alle coppie in crisi e ai loro figli, ai coniugi soli e separati. Ma riporta l’attenzione fuori dalla politica e su quello che può e deve fare la Chiesa.

Cosa ci dice questa accelerazione della società e della politica in vista del Sinodo per la famiglia?

Rocchetta: “Il problema di fondo resta quello di mobilitarsi come dovrebbe fare un Sinodo per lavorare di più e meglio sul prima, durante e dopo del matrimonio. Non è un bene la fretta, perché anche io ho avuto diversi casi di coppie che si sono riconciliate dopo la separazione e prima del divorzio. Una addirittura dopo 7 anni. Ma il fatto più eclatante è che non si faccia abbastanza per i fidanzati, per l’iniziazione alla vita del matrimonio, per le coppie in difficoltà. Tantissime, con un cammino adeguato, possono e potrebbero proprio evitare di arrivare alla separazione”.

Con questa legge, il momento spartiacque diventa la decisione e la sentenza di separazione…

Rocchetta: “Sì, difatti. E poi quando la situazione è proprio irreparabile io invito sempre almeno alla separazione consensuale, per i figli. Perché quando si innesca una guerra, i figli si sentono come i figli dell’odio e non dell’amore. Questo è un trauma più grave persino della separazione.

Cosa intende per “mobilitarsi"?

Rocchetta: “Bisogna guardare al divorzio breve come a una sfida. Per esempio, la pastorale familiare nella Chiesa è vista come un settore accanto ad altri settori; mentre dovrebbe essere, come dice il Direttorio della Pastorale familiare, la ‘dimensione unificante della Pastorale’. E poi una sfida anche dal punto di vista teologico. Siamo arrivati un po’ impreparati a questi cambiamenti antropologici rivoluzionari. Non dico fare la lotta ma proporre positivamente la bellezza del matrimonio, il ‘mistero grande’, la famiglia icona della Trinità. Ci vuole un annuncio della famiglia ricco: a volte lo abbiamo impoverito concentrandoci solo su aspetti moralistici o su aspetti particolari”.

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