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Onnipotenza annichilita

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don Marco Pozza - Sulla strada di Emmaus - pubblicato il 28/05/14

Talvolta, la cosa più difficile da fare è stare al proprio posto, e aspettare

A mezzo passo di distanza, talvolta meno. Abbastanza per sfiorarsi, non troppo per evitare d'essere invadenti. Rispettare quello spazio necessario perché l'altro rimanga strenuamente se stesso e superare la tentazione di un altruismo egoistico… Quello di chi vuole intervenire a tutti i costi. Come se da quello dipendessero le sorti del mondo. Solo apparentemente generoso, è in realtà sforzo egoistico e narcisista.

Talvolta, la cosa più difficile da fare è stare al proprio posto, e aspettare. Rispettare il silenzio, quella porta chiusa o anche solo accostata che ci chiede rispetto, pazienza, comprensione. Non si può imporre qualcosa a chi ami. Neppure la presenza.

Chi forza una porta chiusa, anche fosse con le migliori intenzioni, non è un amico. È un ladro.

Qualunque cosa, carpita con la forza, è un furto. Senza la tenerezza e la pazienza, anche l'affetto rimane monco, sciatto.
Ci sono passi, richiesti dall’amore, che sono impegnativi per il fatto che non vanno fatti. Ci sono limiti che è necessario riconoscere, entro i quali stare, non perché ci siano regole che impongo ciò, ma perché la sensibilità ce lo domanda dolcemente. Appunto per questo, troppo spesso, non ci accorgiamo di quanto sia necessario dare ascolto a questa fragile voce.

Un abbraccio è bello, ma se stringi troppo, diventa una stretta nemica, persino assassina.

La moderazione è sapienza al servizio del sentimento.

L’istintività è bella, spontanea, genuina. Ma sui sentieri ripidi di montagna, non basta, da sola, quella. Ci vogliono prudenza, conoscenza, saggezza. I sentieri più impegnativi possono essere affrontati solo con riflessione e buon senso, altrimenti la “leggerezza” si trasforma in un pericolo mortale.

Alcune situazioni sono come le passeggiate in montagne. Sono impegnative, complicati, richiedono sapersi fermare, riflettere, non mettere i piedi a caso,dove capita, studiare bene ogni mossa perché ci sono “terreni”, nel nostro cuore, dove la frana è dietro l’angolo e si fanno necessari la tenera prudenza di chi ascolta ogni cosa, senza far domande, come se ricevesse un dono e la complessa pazienza di chi sa attendere proprio perché consapevole che aspetta perché ama e non sta in trepidante attesa di ricevere gratitudine. quando ami, il sorriso dell’altro, la sua serenità sono la ricompensa più grande; non cerchi pubblici riconoscimenti.

E quando la serenità pare poco più che un barlume distante, è necessario imparare ad apprezzare l’aspra dolcezza di una condivisione muta, silenziosa, apparentemente impercettibile ma capace di irrigare oasi di luce in deserti di buio.
Innegabile che ciò sia tremendamente impegnativo. Innanzitutto, assassina l’orgoglio, pure quel malcelato delirio di onnipotenza che, in virtù dell’aiuto a qualcun altro, tende a giustificare qualunque invasione dell’altrui libertà. E questo, se siamo onesti, credo che lo facciamo, o almeno lo pensiamo, tutti. Di fronte a un problema, faremmo di tutto pur di risolverlo, ci sentiamo in diritto di fare qualunque cosa.

La realtà è che non ci perdoniamo la nostra impotenza. Vorremmo poter essere in grado di fare qualcosa di davvero utile, anche quando spesso, in realtà, “stare fermi” sia l’unica soluzione possibile. Perché, ogni movimento rischia di essere goffo, fuori luogo, quando non – addirittura – deleterio e dannoso, quando ci si sta muovendo sul campo minato dell’altrui sensibilità.

Il primo ostacolo da considerare è che l’altro non è me. Per cui, il pensiero “a me farebbe piacere” che incoraggia all’azione è, paradossalmente, da bandire. Evidenzia solo il cortocircuito egoistico con cui spesso ci inganniamo (noi stessi innanzitutto, sia chiaro: e non ce ne rendiamo conto!) di “voler essere utili”.

A questo punto, s’inserisce una consapevolezza ancora più impegnativa: “non posso tutto”, che altro non è che la semplificazione di “nessuno è onnipotente”. Nè nel bene, né nel male. Alle volte, pur con apparente buona fede, ragioniamo come se tutto dipendesse da noi. Non riusciamo ad accettare l’idea che alcune cose non sono alla nostra portata. Non possiamo cambiare l’orbita delle stelle, né il corso degli eventi. Possiamo seminare bontà ovunque noi siamo, ma se Dio non toglie il libero arbitrio a nessuno, neppure per imporre il bene, chi siamo noi per permetterci anche solo di pensare di piegare la realtà al nostro volere?

Ci sono momenti in cui la realtà ci chiede di essere vissuta e attraversata, come un guado di cui non si conosce la fine, si intuisce il fine ma si vorrebbe comprendere qualcosa di più.

Alle volte, farsi prossimi è, semplicemente, accettare di fare un miglio insieme, piuttosto in silenzio, ma insieme, condividendo muti interrogativi e attraversando la coltre a prima vista impenetrabile del dubbio, della paura, del vuoto, della mancanza di senso.

C’è sempre un oltre. Ma viene dopo aver attraversato il guado e il guado è impegnativo, sconosciuto, incostante, mutevole, traditore.

Per questo, non è consigliabile attraversarlo da soli.

Tags:
solitudine
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