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La gioia e la speranza (proemio)

© Nicoleta Ionescu/SHUTTERSTOCK

don Fabio Bartoli - La Fontana del Villaggio - pubblicato il 28/05/14

Davvero i cristiani sono capaci di gioire e soffrire con chi gioisce e soffre?

Un paio di settimane fa ho assegnato a una mia “figlia spirituale” la lettura della Gaudium et Spes, uno dei quattro documenti fondamentali del Concilio Vaticano II. Non come testo di magistero però, ma come libro di meditazione. Più per alimentare la preghiera, quindi, che come stimolo per la riflessione.

Mi è nata così l’idea di una serie di articoli per rileggere insieme con voi nello stesso modo, come opera di spiritualità, una pagina fondamentale della storia recente della Chiesa, che rischia troppo facilmente di essere messa da parte.

L’inizio è folgorante:

“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.

La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti.

Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia.”

Apparentemente dovrebbe essere una verità scontata, una di quelle cose tipo le foglie verdi di Chesterton: la Chiesa è fatta di uomini. Ma in verità mi sorprendo sempre più spesso a chiedermi se sia davvero così.

Davvero i cristiani sono capaci di gioire e soffrire con chi gioisce e soffre? Non siamo sempre un po’ sospettosi nei confronti della gioia e del piacere, così che quando vediamo uno che è contento, anche di una semplice gioia naturale, non ci nasce dentro quel sospetto quella diffidenza che ci fa cercare il pelo nell’uovo, il male da sconfiggere a tutti i costi?

Faccio un esempio: una coppia di ragazzi si amano e decidono di andare a vivere insieme e sono tanto felici di questa loro scelta. Io sono capace di gioire della loro gioia?

Va da sé che la convivenza non è un ideale, è ovvio che è meglio se si sposano, ma intanto non è meraviglioso in sé il fatto che si amino? Non è forse vero che Dio è amore e quindi ogni amore, anche il più sviato e travisato, viene da Dio?

Allora per ricondurre questo amore alla sua origine e al suo fine naturale il mio atteggiamento non dovrebbe essere: “Che schifo la convivenza, fate ribrezzo, andate a sposarvi”, ma piuttosto: “Che meraviglia l’amore! Sono felice per voi e proprio per questo vi annuncio una gioia più grande: sposatevi!”

Non è solo una questione di strategia comunicativa, non si tratta semplicemente di adottare la miglior tecnica di marketing, è proprio invece una rivoluzione copernicana rispetto alla comprensione dell’umano che si aveva nella Chiesa prima del Concilio, comprensione molto segnata dal moralismo giansenista.

Se volete è una riscoperta di quello sguardo di fiducia che Dio ha su tutta la Creazione, quando contemplando ciò che ha fatto dice: “è cosa molto buona”.

Sì, l’uomo è cosa molto buona, sono molto buoni i suoi istinti e i suoi desideri, da cui derivano le sue paure e le sue gioie, perché il diavolo, che io sappia, non ha mai saputo creare un solo sentimento, ma solo pervertire quelli creati da Dio, che quindi, nella loro radice, sono buoni. Tutti.

Da qui la solidarietà con gli uomini, che si può tradurre nella consapevolezza di una comunanza di destino. Che ci piaccia o no siamo in cammino insieme: stessa strada, stessa carrozza. Non possiamo quindi disinteressarci né dei nostri compagni di viaggio, di come camminano, di ciò che fanno lungo il tragitto, né della direzione intrapresa, delle asperità e difficoltà lungo la strada eccetera.

Non siamo marziani, siamo uomini della terra e di ciò che è della terra possiamo e dobbiamo godere.

Qui l'articolo originale

Tags:
gaudium et spesgioiasperanza
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