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È vero che Gesù ha avuto paura? Ha avuto dubbi?

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Gaudium Press - pubblicato il 27/05/14

Ed è morto solo come uomo?

Un'assidua lettrice di questo blog ci ha chiesto se Gesù ha mai avuto paura. In effetti, nella Scrittura leggiamo che nell'Orto degli Ulivi Gesù ha chiesto che il calice della passione fosse allontanato da lui. Gesù ha sperimentato la paura?

La stessa lettrice chiede se è vera una cosa che ha sentito in un discorso religioso riguardo ai presunti dubbi che Gesù avrebbe avuto circa la sua missione redentrice. In questo discorso è stato affermato che Gesù è andato 40 giorni nel deserto per scoprire qual era la volontà di Dio sulla sua persona.

Per poter rispondere correttamente ai dubbi formulati nel messaggio, è necessario ricordare, seppur in breve, la dottrina dell'Incarnazione del Verbo.

La Chiesa, fedele a quanto rivelato nelle Scritture, ci propone come dottrina certa che Gesù nella sua unità personale è Dio e Uomo vero, ossia esistono due nature unite (ma non confuse) nell'unica Persona divina del Verbo di Dio, la Seconda della Trinità. Ciò non si può dimostrare con la semplice ragione umana, è una verità che supera i limiti della nostra intelligenza, ma che Gesù stesso ci ha rivelato con l'autorità della sua parola e delle sue azioni.

Questo luminoso e altissimo mistero dell'Incarnazione ha reso la persona di Gesù oggetto delle più diverse controversie fin dalle origini della Chiesa, soprattutto quando la rivelazione cristiana si è confrontata con le categorie di pensiero greche. È stato questo il tema fondamentale dei principali concili dell'antichità cristiana, la cui dottrina è ancora proclamata dalla Chiesa. Ricordiamo il Credo della Messa domenicale, frutto dei concili di Nicea e di Costantinopoli I, in cui diciamo che Gesù Cristo è “Dio da Dio, luce da luce”, e allo stesso tempo proclamiamo che per la nostra salvezza “si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo”.

Alla Persona di Nostro Signore Gesù Cristo si possono quindi attribuire realmente sia le azioni di Dio che quelle dell'uomo. Perché anche se è vero che l'umanità è stata assunta dalla divinità, i padri hanno anche insegnato che la divinità non l'ha assorbita, ma l'ha rispettata nella sua integrità. Gesù, quindi, è vero uomo, con intelligenza umana, volontà umana, sentimenti umani, corpo umano… Dall'altro lato, è anche certo che la divinità non ha diminuito in nulla la sua grandezza, unendo a sé l'umanità, per cui Gesù è Dio vero, in tutta la sua onnipotenza, grandezza, immensità. Ciò vuol dire che alla domanda “Cristo ha creato il mondo?” si deve rispondere “Sì, in quanto Dio”, e alla domanda “Cristo è morto?” si deve rispondere “Sì, in quanto uomo”. È la stessa e unica persona capace di compiere gli atti propri di Dio e dell'Uomo.

Bel mistero, ma difficile per le nostre intelligenze piccole e deboli. Solo la Fede può spingerci a contemplare una verità così splendente, anche se per questo servono preghiera, umiltà e fiducia nella Parola di Dio. I superbi, gli impuri e gli increduli non possono accedere a considerazioni così elevate.

Se è vero che Gesù è stato vero uomo, può aver provato paura? La risposta deve essere positiva. E di fatto ha voluto provarla per salvarci e insegnarci il valore redentore del dolore nella vita umana. Ha anche voluto rafforzare la nostra debolezza con i suoi meriti e il suo esempio, come si legge nella Lettera agli Ebrei (2, 18): “proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova”.

Ci sono vari passi della Scrittura in cui emerge chiaramente che Gesù ha lottato contro la paura. La differenza tra Gesù e noi è che Egli non si è mai lasciato vincere dal timore, e di fronte al terribile panorama della passione ha superato la tendenza umana di preservare la vita e si è consegnato al Padre fino alla morte e alla morte di croce.

E qui bisogna sottolineare che si è consegnato con gioia, senza esitazioni.

Analizziamo la descrizione fatta da San Luca della preghiera nell'Orto degli Ulivi: “In preda all'angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra” (Lc 22, 44). Oggi sappiamo grazie alla medicina moderna che quel sudore con sangue si verifica solo in situazioni di estrema preoccupazione. Gesù, quindi, ha sperimentato nella propria carne la paura, l'angoscia e la tristezza, anche se le ha sempre dominate e superate con animo vittorioso.

Nella sua domanda, lei ricorda specificatamente la preghiera di Gesù nell'Orto degli Ulivi, chiedendo al Padre che allontanasse da lui il calice: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22, 42). Questa preghiera ci mostra chiaramente che Gesù, come ogni uomo, possedeva l'istinto di conservazione, che gli faceva temere la morte, ma allo stesso tempo mostra anche che al di là del suo istinto di conservazione vuole soprattutto fare la volontà del Padre, al punto da lasciarsi giudicare da un tribunale iniquo, flagellare terribilmente e coronare di spine, caricandosi poi la croce e morendovi. Questo esempio di Gesù deve essere imitato da tutti noi. Davanti alle prove e ai sacrifici di questa vita, prima viene la volontà di Dio, più preziosa della nostra stessa vita.

Lei cita anche un altro esempio, quello del misterioso abbandono di Gesù sulla Croce: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15, 34). Questa esclamazione di Gesù avvolge sicuramente profondità e misteri. La sua umanità, estenuata dopo tre ore di lento processo di asfissia e da tanti altri tormenti, sperimenta la sensazione di abbandono più terribile, quella di Dio stesso. Nel grido di dolore, però, c'è la certezza che il Dio che sembra abbandonarlo è il “suo” Dio: Dio mio, Dio mio…

L'esclamazione “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” è inoltre la frase iniziale del salmo 22. Il Signore, usando gli stessi termini, evoca senza dubbio il contenuto del salmo, noto ai presenti, che inizia con una lamentazione profonda e termina in un canto di azione di grazie per la liberazione raggiunta: “Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all'assemblea. Lodate il Signore, voi che lo temete, gli dia gloria la stirpe di Giacobbe, lo tema tutta la stirpe di Israele; perché egli non ha disprezzato né sdegnato l'afflizione del misero, non gli ha nascosto il suo volto, ma, al suo grido d'aiuto, lo ha esaudito” (Sal 22, 23-25). In questo modo, possiamo comprendere l'esclamazione di abbandono come una profezia del trionfo della Resurrezione.

A ciò si unisce il fatto che la descrizione di San Marco circa la morte del Signore deve essere letta insieme al complemento lasciato da San Luca, che precisa come l'ultimo grido di Gesù sia un atto di fiducia filiale nel suo “Papà” (la traduzione più approssimata di “Abbà”): “'Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito'. Detto questo spirò” (Lc 23, 46).

La misteriosa esperienza dell'abbandono, provocata sicuramente da fattori fisici e psicologici di un'umanità sotto la pressione del dolore più lancinante, non è una dichiarazione di dubbio o di incertezza, ma l'esclamazione della sofferenza morale portata a un auge inimmaginabile. Sofferenza, questa, ad ogni modo sempre temperata dalla certezza che il Dio che invoca era “suo”, era suo Padre, quello che lo avrebbe liberato dalla morte con la resurrezione definitiva.

Avevate mai misurato in questo modo la misura enorme delle sofferenze di Gesù? E tuttavia è così importante che ricordiamo quanto ha sofferto per noi, non solo fisicamente, ma anche a livello spirituale! Così valorizzeremo di più il suo olocausto, come dichiara San Pietro: “Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l'argento e l'oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia” (1Pt 1, 18-19).

Anche San Paolo, nella sua esortazione agli Ebrei, spiega il mistero del dolore di Gesù: “Poiché dunque abbiamo un grande sommo sacerdote, che ha attraversato i cieli, Gesù, Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della nostra fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato” (Eb 4, 14, 15). Ciò significa che Nostro Signore è stato capace nella sua umanità di sperimentare il dolore morale, fisico e spirituale, ma non è mai stato contagiato dal peccato, neanche dalla minima imperfezione morale, visto che la sua umanità era unita personalmente alla Seconda Persona della Trinità, il Verbo di Dio.

La seconda questione che lei ci pone è se in qualche momento Gesù è arrivato a mostrare dei dubbi sullo sviluppo della sua missione qui sulla terra. Per alcuni, infatti, Gesù è stato nel deserto quaranta giorni per sapere cosa volesse realmente suo Padre da Lui, mentre altri credono che dietro la domanda fatta da Gesù ai suoi discepoli su chi fosse spunterebbe il dubbio sulla sua stessa identità.

Ci troviamo di fronte al problema moderno della consapevolezza che Gesù aveva, in quanto uomo, di essere il Figlio di Dio. Alcuni oggi lo mettono in dubbio, altri lo negano in modo più o meno deciso. La Santa Chiesa, ad ogni modo, non ha mai ammesso questa possibilità, né di fatto l'ammette oggi. Gesù aveva una consapevolezza chiara e diretta della sua filiazione dal Padre.

In San Luca e in San Matteo abbiamo una rivelazione di Gesù del tutto evidente in questo senso: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11, 27), ovvero Gesù, nella sua umanità, ha accesso al Padre in modo unico ed esclusivo, al punto da essere l'unico capace di trasmettere agli altri chi sia il Padre. Se Egli dubitasse del suo rapporto filiale, come potrebbe fare un'affermazione simile?

Già nel Vangelo di San Giovanni questa relazione filiale con il Padre è chiarissima:

“Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10, 30)

“Il Padre è in me e io nel Padre” (Gv 10, 38)

“Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14, 9)

Potremmo menzionare tanti altri esempi. Si potrebbe anche sollevare un'obiezione: da quando Cristo ha avuto questa consapevolezza? Non è stato nel Battesimo di Giovanni che ha percepito la sua missione e la sua identità divina?

La raccomandazione è semplice: leggere con attenzione il Vangelo di San Luca. Ecco l'episodio di Gesù, a dodici anni, in mezzo ai dottori:

“Dopo tre giorni [i suoi genitori] lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: 'Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo'. Ed egli rispose: 'Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?'. Ma essi non compresero le sue parole” (Lc 2, 46-50).

Per qualche tempo, questo passo di San Luca è stato considerato da alcuni biblisti quasi leggendario. Studi più recenti provano però che è totalmente storico e verosimile, dato che risponde ai costumi legali dell'epoca. I bambini a dodici o tredici anni venivano introdotti alla Legge, essendo invitati a partecipare alle scuole rabbiniche, facendo domande e rispondendo agli interrogativi dei maestri. E qui vediamo Gesù che brilla come un sole, lasciando “pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte”.

Ecco quindi la risposta, prendendo semplicemente come base il Santo Vangelo. Gesù ha avuto una consapevolezza della sua identità divina e della sua missione redentrice che è stata piena, senza dubbi, chiara come la luce e cristallina come l'acqua. Pensare il contrario è tergiversare i testi evangelici, o non averli letti con attenzione.

Spero che queste risposte possano servirle per crescere nell'entusiasmo, nell'amore e nell'adorazione di Gesù, il Figlio di Dio e il Figlio di Maria Vergine, venuto al mondo per salvarci dal peccato e dalla morte e introdurci nel Regno di suo Padre.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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