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Ipnosi e ipnosi regressiva: più rischi o più benefici?

© Public Domain

Emanuele D'Onofrio - Aleteia - pubblicato il 26/05/14

La Chiesa di oggi non si è ancora espressa ma esistono ancora molte perplessità

Sono pratiche psicoterapeutiche tra le più celebri. Sembrano garantire un accesso senza ostacoli ai mondi più profondi dell’Io; eppure, sono lontane dall’essere le più praticate dai medici. Esistono rischi molto elevati nella pratica dell’ipnosi ed in particolare dell’ipnosi regressiva, quella particolare forma che consente di reimmergersi in (e, ipoteticamente, di rimuovere se fonte di trauma) istanti vissuti in età lontanissime. La Chiesa di oggi, pur occupandosi di molti temi scientifici attraverso i suoi diversi organi accademici, non sembra interessarsene. In realtà qualche parola ufficiale fu emessa; per ritrovarla bisogna tuttavia risalire a Pio XII, che in un discorso ex cathedra “intorno a tre quesiti religiosi e morali concernenti l’analgesia” (24 febbraio 1957) definì l’ipnosi lecita da un punto di vista della dottrina “se serve a scopo clinico, per altro: sensazioni piacevoli ecc.: no”. Per cercare di saperne di più, sull’ipnosi come pratica e sulle posizioni della Chiesa in tal senso, Aleteia si è rivolta al professor Marco Ermes Luparia, psicologo e psicoterapeuta, nonché presidente dell’Apostolato Accademico Salvatoriano.

Professore, la Chiesa qualcosa su l’ipnosi l’ha detta?

Luparia: Siamo al tempo di Pio XII, quindi in un momento storico in cui la Chiesa aveva una grande diffidenza verso le scienze umane applicate come la psicologia e la psicanalisi in particolare. Basti dire che Freud viene indicato, con Marx e Nietzsche, come uno dei maestri del sospetto. Quindi di solito prende le distanze da queste discipline.

Facciamo un passo indietro. L’ipnosi e l’ipnosi regressiva: cosa sono?

Luparia: Innanzitutto non sono diffusissime, né l’ipnosi né l’ipnosi regressiva. Si tratta di una metodologia, una prassi terapeutica, una metodologia di approfondimento della conoscenza della persona. Negli ultimi anni sono stati fatti dei progressi, anche perché continua ad essere un ambito frequentato, che non è stato accantonato. Però non è diffusa. Certo, ci sono contesti associativi nei quali gli ipnoterapeuti approfondiscono la conoscenza della neurofisiologia del cervello e riescono a gestire questa trance in una maniera non pericolosa anche se, in realtà, lo è. Tenga conto che non stiamo parlando di un bisturi e di una mano ferma. È bene sapere cosa si fa.

Dov’è il pericolo?

Luparia: L’ipnosi regressiva, come anche l’ipnosi, al di là di quello che viene fatto a mo’ di spettacolo, porta in ambiti della coscienza e del ricordo in cui il vissuto è nitido. Fa sì che la persona venga immersa in quella realtà. Quindi l’ipnoterapeuta deve essere sicuro di condurre e di far rientrare il paziente nel “qui ed ora”. Deve essere molto diretto, perché si può rimanere intrappolati in quello stato. Anche in un’ipnosi da gioco questo può succedere. È molto delicata, come cosa. Viene usata oggi anche per piccoli interventi chirurgici, per indurre comandi che possano aiutare ad uscire dalle dipendenze – il fumo, l’alcol, altre forme di dipendenze gravi – e qui siamo in un settore più sicuro. Qui c’è l’introiezione del comando da parte del terapeuta e ha un suo effetto. Quanto è duraturo, solo Dio lo sa, però ha un suo effetto. Nel poter fare piccoli interventi si usa questa analgesia, il ché non significa che non c’è dolore, ma che non c’è la percezione del dolore, viene eliminata la parte soggettiva dell’approccio al dolore. Ci insegnano che la percezione del dolore è come la percezione del caldo e del freddo rispetto alla temperatura reale, quindi si può dire che non c’è nulla di trascendentale. Però il fatto stesso che non abbia avuto una diffusione così come l’hanno avuta altre scuole, altre metodologie, come l’analisi transazionale, la Gestalt, sta a significare che anche il mondo della psicoterapia sa bene quali possano essere i rischi.

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Tags:
psicologia
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