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​No ai quartieri a luci rosse a Roma

Marco / Flickr CC

Chiara Santomiero - Aleteia - pubblicato il 26/05/14

Comunità Giovanni XXIII: dietro la prostituzione, il dramma di migliaia di ragazze sfruttate dalla criminalità

Zone delimitate nelle quali è possibile esercitare la prostituzione “liberando” il resto della città: è questa la proposta rilanciata nei giorni scorsi dal sindaco di Roma, Ignazio Marino, in merito al piano sulla sicurezza per Roma capitale presentato dal ministero per l’interno che prevede, tra gli altri interventi, l’attivazione di un numero verde per segnalare via sms lo sfruttamento della prostituzione nelle strade della capitale. Un business, per la criminalità organizzata di 2,5 miliardi l’anno (10 miliardi in tutta l’Italia) e dietro il quale si nasconde il fenomeno sempre più grave della tratta di esseri umani. “Purtroppo non è una decisione del sindaco – ha detto Marino – ma sarei favorevole a che ci siano zone dove è consentita e zone dove non lo è” perché “questo dilagare della prostituzione non solo arreca un danno al decoro della città, ma crea situazioni di disagio gravissimo ad alcuni quartieri” (Il Messaggero 22 maggio). Nettissima l’opposizione all’ipotesi di quartieri a luci rosse da parte della Comunità Giovanni XXIII che si occupa da molti anni dell’accoglienza delle vittime dello sfruttamento sessuale (oltre 7 mila le ragazze accolte), operando con unità di strada in 18 regioni. Il perché lo racconta ad Aleteia Roberto Gerali, responsabile nazionale del Servizio antitratta della comunità fondata da don Oreste Benzi.

“Vecchia e inaccettabile”: la proposta della “zonizzazione” è respinta da voi senza mezzi termini…

Gerali: Ci fa inorridire la constatazione che il sindaco di Roma e chi fa queste proposte non conosca l’esatta dimensione del problema della prostituzione e dello sfruttamento sessuale di donne che i dati ci confermano essere delle vittime nel 95% dei casi. Dico donne – 100 mila secondo le stime -, ma sarebbe più esatto dire bambine, che vengono portate qui da paesi stranieri per vivere sottoposte a violenze spaventose. E lo Stato dovrebbe farsi complice di rinchiudere dentro delle specie di recinti queste donne lasciandole nelle mani dei loro aguzzini? Il nostro fondatore, don Oreste Benzi, davanti a questo tipo di proposte chiedeva: “mettereste in questi quartieri della città le vostre figlie o le vostre mogli?”.

Dicono che così si contrasterebbe la criminalità e magari il fisco potrebbe incassare qualcosa…

Gerali: Perché non ci si prende la briga di cercare i dati. In Olanda, dove la prostituzione è stata regolamentata, i dati segnalano che i traffici sono per il 50% in mano alla criminalità organizzata. Dove non ci sono più controlli della polizia, la criminalità avanza: è come dare licenza di rubare in alcuni quartieri della città. Oggi da noi, almeno devono fare più fatica. Quanto ai proventi dello Stato, non ci si può aspettare che la criminalità paghi le tasse. I dati su cui ci basiamo non li inventiamo, ma li attingiamo dalle relazioni di paesi come l’Olanda o la Germania dove la regolamentazione e la legalizzazione non ha risolto i problemi. Chi vuole legiferare in questo senso dimostra di non avere contatto né con la realtà né con associazioni come la nostra che si occupano da anni di questi fenomeni.

Quali sono le vostre proposte?

Gerali: Noi proponiamo il “modello nordico” per il quale chi richiede prestazioni sessuali a pagamento commette un reato con il rischio di finire in carcere. E’ un modello già sperimentato in Svezia, Norvegia, Finlandia, Islanda e anche la Francia si stava avviando in questa direzione prevedendo, però, solo una forte multa a carico del cliente. La sperimentazione ha dato risultati importanti nella riduzione della prostituzione. D’altra parte anche secondo la direttiva europea 36/2011, recepita dall’Italia, è la domanda la principale fonte della tratta e dello sfruttamento sessuale. Ai primi di marzo, il Parlamento europeo ha approvato una bellissima risoluzione – risoluzione Honeyball, dal nome della deputata inglese che l’ha proposta – secondo la quale i paesi Ue dovrebbero ridurre la domanda di prostituzione punendo i clienti e non le prostitute. Occorre un cambiamento culturale circa la consapevolezza che la prostituzione rappresenta sempre una violazione dei diritti delle donne che nel 95% dei casi sono vittime.

Avete chiesto un incontro al sindaco Marino per valutare insieme come collaborare contro questa forma di sfruttamento: vi ha risposto?

Gerali: Per ora no, ma noi siamo disponibili ad incontrare lui e chiunque voglia discutere le nostre proposte. Abbiamo lanciato una petizione on line (www.citizengo.org) per chiedere l’introduzione del modello nordico e abbiamo anche intenzione di presentare a breve un disegno di legge sull’argomento. Il cliente è il primo responsabile dell’orrore della tratta e dello sfruttamento: non siamo contro le persone, ma contro gli spaventosi danni che subiscono delle ragazzine e delle donne di cui dovremmo tutti sentirci responsabili.

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