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don Marco Pozza - Sulla strada di Emmaus - pubblicato il 25/05/14

E' il destino delle donne: tenere accesa l'ultima fiammella quando già tutti gli uomini sono scappati

Gli idioti scarabocchiano ACAB (“gli sbirri sono tutti bastardi”) sui piloni della luce come sui muri della città: alcuni di loro ne sanno il significato, altri lo ignorano, per altri va bene scriverlo anche senza saperne l’origine e l’ignoranza.

Antonio Santarelli è un appuntato scelto dell’Arma dei Carabinieri; Matteo Gorelli è poco più che un ragazzo, con annessi e connessi dell’essere tale. I due s’incontrano una sera: il primo è in servizio, il secondo è nello sballo completo. In prossimità di un Rave Party (i mercati della morte notturna), la paletta d’ordinanza di Antonio ferma Matteo e i suoi tre amici: c’è un ritiro della patente per guida in stato di ebbrezza. Il ragazzo deraglia: raccatta un palo di ferro della recinzione e cede alla follia. Colpisce Antonio ripetutamente: l’altro collega in servizio perderà un occhio, Antonio morirà dopo tredici mesi di coma in stato vegetativo, lasciando Claudia e Niccolò da soli a campare. Per Matteo s’aprono le sbarre della galera: dapprima l’ergastolo, poi vent’anni definitivi da scontare. Era appena maggiorenne, per l’anagrafe uscirà che sarà uomo. Fin qui la loro di storia: storia di due uomini che una notte hanno incrociato il loro destino. Complicandosi inesorabilmente le proprie esistenze.

Dietro di loro, però, ci sono due donne straordinarie: Claudia (nella foto a sx), la moglie della vittima e Irene (nella foto a dx), la mamma del carnefice. La mamma di Matteo scrive una lettera a Claudia: la cerca per chiederle scusa, per guardarla negli occhi, perchè non si perdona d’essere stata incapace di comprendere i silenzi di suo figlio Matteo. Una madre che, parole sue, vuole diventare “gli occhi di suo figlio” che ora è in carcere: per vedere, per toccare, per raccontare. E’ il destino delle donne: tenere accesa l’ultima fiammella quando già tutti gli uomini sono scappati- E’ la loro missione, è ciò che le rende donne: cucire gli strappi di una vita che ci s’intestardisce a non voler vedere perduta. S’incontrano, si sfogano, s’abbracciano: l’una per l’altra dispiegano una storia, cercando di svelare la verità di quella storia e di quella notte, uniscono le forze per risalire la scarpata dove i loro amori – per vie opposte – le hanno scagliate. Non demordono, ricominciano. Daccapo, ancora una volta.

Irene ha incontrato Claudia. Adesso tocca al sogno di Claudia: incontrare Matteo, il ragazzo che le ha strappato l’amore. Aspetta, spera, attende: le donne sono capaci di questi attimi snervanti che sono i preludi di certe mattinate di speranza. Il giorno in cui lo incontra in una comunità protetta di Milano lo guarda negli occhi, ha bisogno di guardarlo negli occhi quel ragazzo. Due sguardi che si confrontano: la ribellione come prefazione della riconciliazione. E gli dona tutta la sua fede, di donna prima ancora che di credente: “Non si tratta di perdono – racconta Claudia di fronte a dei detenuti sbigottiti e lacrimanti – ma di una riconciliazione (…) Il mio non è buonismo, Matteo deve scontare la pena ma in un posto giusto. E deve farlo per Matteo non per Antonio” Riconciliare: riportare al cuore. Quasi un addomesticare l’uomo giovane: riportarlo verso casa. Verso la casa della propria storia.

Oggi Claudia e Irene viaggiano appaiate: una provocazione insopportabile in faccia ad un mondo giustizialista. Si sono alleate, hanno fondato un’associazione, coltivano la speranza: “Per me Claudia è diventata importantissima – conclude Irene – è una di casa nostra, ho fiducia in lei”. Detto così, con trasparenza di cuore dentro le sbarre di una grigia patria galera. Per fomentare l’unica guerra che valga la pena di combattere: quella contro i luoghi comuni che anestetizzano il cervello. Ho sognato una città dove prendano in mano il microfono solo persone che abbiano qualcosa di autentico da dire.

(da Il Mattino di Padova, 25 maggio 2014)

Tags:
carcereperdono
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