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I gesti profetici di papa Paolo VI

© Giancarlo Giuliani / CPP/ CIRIC

Roberta Sciamplicotti - Aleteia - pubblicato il 21/05/14

Monsignor Ettore Malnati aiuta a riscoprire l'attualità di papa Montini

C'è un testo che aiuta a richiamare alcuni gesti significativi del pontificato di Paolo VI che anche oggi parlano alla Chiesa e al mondo di quell’attenzione di questo pontefice per un profondo rinnovamento della Chiesa in quella semplicità e radicalità evangelica di cui si è fatto araldo papa Francesco.

Ha come titolo “I gesti profetici di Paolo VI” (Ancora) e a scriverlo è stato Ettore Malnati, vicario episcopale per il Laicato e la Cultura della diocesi di Trieste, docente presso il Seminario Interdiocesano di Gorizia-Trieste-Udine e l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Trieste e di Udine.

La figura e l'opera di papa Montini, osserva monsignor Malnati, “si stagliano in modo singolare per la delicatezza d’animo, per la sua ricerca di soluzioni a favore di un’economia solidale, per una sensibilizzazione a tutti i livelli, per il disarmo e la pace, inoltre per lo stile dialogico da instaurarsi nella Chiesa, tra la Chiesa cattolica e gli altri cristiani e le altre religioni, e tra la Chiesa e il mondo”.

Molti i primati che si ritrovano nei gesti di Paolo VI, a partire dal fatto di essere stato il primo papa a recarsi pellegrino nella Terra di Gesù e tra i poveri del mondo nei loro Paesi. “Fu il papa di gesti singolari, con la rinuncia alla tiara per sensibilizzare Chiesa e mondo nei confronti dei Paesi poveri; con la ritrattazione delle scomuniche ed il cammino ecumenico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, soprattutto grazie alla disponibilità del patriarca Atenagora, e con la Chiesa anglicana, grazie al primate Ramsey”. Fu poi il primo papa a parlare dal “podio” delle Nazioni Unite a favore della pace e del disarmo.

Il motivo della visita di Paolo VI in Terra Santa era “dare un forte segnale all’intera Chiesa cattolica e ai Padri conciliari affinché la Chiesa tutta riflettesse sull’origine della fede cristiana e si ripartisse da Cristo”, scrive monsignor Malnati. Ecco quindi il papa partire il 4 gennaio 1964 alla volta della terra natale di Gesù, dove ricevette un'accoglienza calorosissima: la gente voleva “a tutti i costi essere vicina al Papa, toccarlo, avere una benedizione o un sorriso”. Il primo viaggio di un papa fuori dall'Italia fu quindi “un vero pellegrinaggio con un bagno di folla”.

Il giorno del suo arrivo in Terra Santa, Paolo VI incontrò il patriarca ecumenico Atenagora, e lo storico abbraccio tra i due segnò l’inizio di un vero reciproco avvicinamento fra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa del Patriarcato di Costantinopoli. Il 7 dicembre 1965, “giornata memorabile” alla vigilia della conclusione del Concilio Vaticano II, venne abolita la scomunica reciproca tra le due Chiese del 1054. Uomo di una straordinaria sensibilità umana e cristiana, Paolo VI volle anche che venisse restituita la reliquia del capo di Sant’Andrea apostolo al mondo ortodosso.

Grande anche la devozione di Paolo VI alla Vergine Maria, che proclamò in Concilio Madre della Chiesa e che volle onorare, primo papa a farlo, a Fatima e ad Efeso.

Nella postfazione al testo, il cardinale Dionigi Tettamanzi sottolinea un altro gesto significativo di Paolo VI “per la portata singolare che ha avuto e continuerà ad avere nella missione evangelizzatrice della Chiesa”: l’enciclica Humanae vitae, testo “vibrante di un autentico profetismo evangelico”.

“Chi conosce l’enciclica Humanae vitae, sia nel suo contenuto dottrinale sia nel contesto storico delle polemiche e del rifiuto che ha da subito incontrato, è immediatamente portato a riconoscere in Paolo VI il volto del profeta quale uomo davvero 'coraggioso e forte'”, scrive il cardinale.

Nel contesto culturale imperante, per annunciare al mondo d’oggi la dottrina morale della Humanae vitae servono infatti “un coraggio e un’audacia veramente profetici”, “e non solo da parte della gerarchia che insegna, ma anche da parte dei fedeli laici, in specie degli sposi cristiani”.

“È questo un profetismo 'quotidiano', intessuto di sentimenti e di gesti che rimangono certo nell’interiorità coniugale, ma che realmente hanno un vero valore profetico, in quanto il vissuto coniugale secondo la fede e la carità diviene sorgente e alimento di una mentalità e di una prassi che fanno fiorire una 'cultura' evangelica, ossia una visione e gestione della realtà secondo la luce e la forza del Vangelo”.

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