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Due parole sul celibato

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Don Fabio Bartoli

don Fabio Bartoli - La Fontana del Villaggio - pubblicato il 21/05/14

Il sacerdozio è una vocazione al servizio alla comunità

La cronaca di questi giorni riferisce di una lettera scritta da ventisei donne che si definiscono coinvolte sentimentalmente con sacerdoti che si rivolgono al Papa chiedendogli di rivedere la disciplina ecclesiastica sul celibato sacerdotale.

La notizia non è nuova, è dagli anni settanta che ogni tanto si ripetono iniziative di questo genere, con toni più o meno patetici. Ma la fresca umanità e la tenerezza pastorale di Francesco sembrano accendere nuove speranze in chi auspica un cambiamento in questo senso.

Mi permetto allora di mettere anche io i miei due cent sul piatto, senza avere la pretesa di dire alcunché di conclusivo, ma solo portando la mia testimonianza di uomo che si sforza di viverlo e lo paga caro ogni giorno e purtuttavia resta convinto che sia un grande dono di Dio e non vorrebbe mai che fosse cambiato.

In linea teorica, come ogni disciplina ecclesiastica, anche quella sul celibato non è immutabile. Non è cioè una dottrina di fede, ma una prassi che si è stabilita attorno all’anno mille e già adesso del resto conosce alcune eccezioni. D’altra parte mille anni di tradizione hanno un certo peso e non si possono sicuramente buttar via a cuor leggero né sull’onda dell’emozione scatenata da questo o quel fatto di cronaca, occorre invece chiedersi cosa è più utile al Regno di Dio? Di cosa ha veramente bisogno l’uomo di oggi?

Attenzione non di cosa ha bisogno il prete. Impostare la questione in questo modo è falsarla. La vocazione sacerdotale è vocazione di servizio, il nostro è sacerdozio ministeriale, si esprime cioè interamente nel servizio alla Chiesa, la questione quindi non è cosa fa più felice il prete, ma se sia meglio per la Chiesa avere preti celibi o preti sposati.

Secondo me ci sono molte cose che dovrebbero cambiare nella vita del prete diocesano, che per molti aspetti oggi è una vita di grande solitudine, ma non credo che il celibato sia tra queste. La forma-parrocchia scaturita dal Concilio di Trento è piuttosto obsoleta ed andrebbe ripensata in maniera piuttosto radicale, anche a fronte del calo delle vocazioni, in modo soprattutto da facilitare nel clero diocesano la vita comune, così da creare delle vere comunità di vita tra i sacerdoti, ma non toccherei la disciplina del celibato che invece mi sembra essere un dono di Dio grandissimo.

Io sono felice di avere una spina nella carne che mi ricorda quotidianamente che non sono mio, che appartengo ad un Altro che ho scelto di servire con tutto me stesso, al punto di avere addirittura la presunzione di identificarmi con Lui. Sono felice di essere costretto a purificare la mia affettività da ogni desiderio di possesso, sono felice di non appartenere ad una persona sola per poter essere di tutti.

Ma voglio dire anche che so quanta fatica costa questa apertura del cuore e che proprio per questo non vorrò mai giudicare chi non ce la fa, troppe volte non sono stato all’altezza di questo dono per permettermi di condannare chiunque e se non ho mai fatto nulla di irreparabile è solo per fortuna o meglio per la Grazia di Dio e non certo per una mia virtù.

E tuttavia la Grazia deve entrare nel quadro come un elemento essenziale, non si può parlare dell’argomento senza coinvolgerla. Se si cercasse di capire il celibato solo in termini umani o lo si volesse vivere solo basandosi sulla forza di volontà sarebbe una follia.

Il celibato, come la verginità consacrata, è uno stile di vita soprannaturale, è amare come Gesù, in una perpetua e totale donazione, senza chiedere nulla in cambio per sé. Nasce dal desiderio di fondersi con Lui. Fusione che per le donne assume la forma psicologica e sentimentale delle nozze mistiche (di cui parlano tanto S. Teresa e tante altre mistiche), mentre per noi maschi ha più un carattere di identificazione.

Detto in forma più semplice e diretta: io voglio essere celibe perché voglio essere Gesù. E in questo sogno non c’è spazio per una donna. Non voglio essere semplicemente un brav’uomo, né mi accontento di essere un bravo cristiano, ma voglio proprio essere Gesù. Per questo sono entrato in seminario trentadue anni fa. Come il ragazzino che si iscrive alla scuola calcio non perché sogna di essere un bravo giocatore e magari fare tanti soldi, ma perché vuole essere Totti.

Quel sogno non si è ancora spento, anzi, cresce giorno dopo giorno. E se continua a crescere è anche perché il celibato mi aiuta a tenerlo vivo. Per questo credo che resterei celibe anche se la Chiesa togliesse l’obbligo del celibato per il clero secolare, però spero che non lo faccia, perché so che la mia volontà è fragile e la norma mi aiuta a mantenerla ferma nelle tempeste emotive che tutti attraversiamo.

Naturalmente questo non significa essere anaffettivi. Come dicevo il celibato è a servizio dell’amore, non è certo roba per tacchini surgelati! Quei preti, ne conosco anche io, che per paura non si mettono in gioco nelle relazioni, non corrono il rischio sublime dell’amicizia, mi fanno tanta pena in effetti e penso che si perdono proprio il bello del celibato che invece serve a potenziare le relazioni, non a reprimerle, a renderci capaci di una tenerezza universale.

Per questo vorrei concludere questo piccolo contributo con una pagina di Romano Guardini che medito spesso in cui appunto si parla di come Gesù viveva il suo celibato. Quello è il mio modello! E’ ciò che vorrei essere io, è ciò che chiedo ad ogni prete.

“Gesù non ha paura della sessualità, non la disprezza né la combatte. Non si trova mai neppure un segno che possa indicare che abbia dovuto reprimerla a forza. Perciò potrebbe sorgere spontaneo l’interrogativo se egli sia stato insensibile, come certe persone che non conoscono né lotta né superamento, perché sono in realtà anaffettive e indifferenti. Certo no! L’essere di Gesù è pieno di profondo calore, tutto in lui vive. Tutto è sveglio e colmo di energia creativa. Con quale partecipazione si accosta alle persone! Il suo amore per loro non viene da dovere o volontà, ma si effonde di per sé. L’amore è la forza fondamentale del suo essere. (…) Ma nessuno scoprirà in questi rapporti qualcosa come un legame segreto o delle brame rimosse. Sono espressioni di una limpida e calda libertà. Quando riflettiamo su Gesù troviamo che in Lui tutto è ricco e vivo, tutte le sue energie però sono assunte dentro il cuore, sono diventate forze dell’amore, volte a Dio ed in un costante fluire verso di Lui (…) Ciò che appunto costituisce la dimensione inafferrabile della persona di Gesù sta nel fatto che la pienezza delle sue energie vada così, senza alcuna forzatura né violenza, senza distorsione, senza aggiramento malizioso verso Dio e da Dio poi vada verso l’uomo. Che tutto dunque sia così puro e trasparente. Da lui, che ha parlato così poco della sessualità, emana una forza che pacifica, purifica e domina queste potenze come nessun altro. (Romano Guardini)
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celibato sacerdotale
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