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Credere con il corpo

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Giuseppe Savagnone - Vinonuovo.it - pubblicato il 19/05/14

È arrivato in libreria il nuovo libro di Gilberto Borghi che sviluppa alcune delle riflessioni proposte su Vino Nuovo

È arrivato in libreria in questi giorni per l’editrice EdB «Credere con il corpo», il secondo libro di Gilberto Borghi. Come nel volume precedente «Un Dio inutile» anche questa volta sono pagine nelle quali i lettori diVino Nuovo ritroveranno alcune storie incrociate negli articoli proposti dal professor Borghi su questo blog. Ma questa volta il libro nasce come una riflessione più articolata su un tema oggi fondamentale per chi vuole entrare in dialogo davvero con i giovani: la questione di un rapporto ritrovato con la dimensione del proprio corpo. Dal libro anticipiamo qui sotto la prefazione di Giuseppe Savagnone.
Credere con il corpo
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Questo libro di Gilberto Borghi non è un trattato teologico sul corpo. Non è neppure un’inchiesta sui giovani. È il racconto della quotidiana esperienza di un insegnante di religione cattolica, con tutta la freschezza di un racconto, agile e avvincente, dove le grandi questioni di Dio e dell’uomo emergono dai mille spunti disseminati nel dialogo con ragazzi e ragazze tra i quattordici e i diciannove anni, con i loro problemi, le loro speranze, i loro gusti e le loro convinzioni.

In questo dialogo, a partire dalle domande e dalle intuizioni dei suoi alunni, il docente non sale in cattedra per impartire noiose lezioni, ma neppure è in balìa del puro contingente («Di cosa volete parlare oggi?»). È lui a condurre la riflessione, a partire da una canzone o dal commento di un alunno. Lasciandosi però, a sua volta, interrogare e rimettere in discussione, come sempre dovrebbe fare un educatore degno di questo nome, come sempre dovrebbe fare un credente, per cui il dubbio di un altro può essere l’occasione di approfondire e verificare la propria fede.

Perciò si comincia non con un trattato teologico di Rahner o di von Balthasar, ma con una discussione su Ascolta l’Infinito, di Fiorella Mannoia. È da qui che prende le mosse una ricostruzione acuta e documentata, ma al tempo stesso accessibile anche a dei ragazzi, delle disavventure della concezione cristiana della persona, dalla complessa e articolata visione biblica, che ne valorizzava tutte le sfaccettature, al rigido dualismo del pensiero moderno, dove il corpo è diventato una macchina e lo spirito si è venuto a identificare con la ragione. Col risultato che la stessa esperienza cristiana spesso è evaporata in un vago è fossilizzata in un astratto razionalismo.

«Oggi – nota Borghi – la fede ha possibilità di essere rilevante e produrre perciò santità e cultura solo se è data in una forma che riunisca l’uomo in tutte le sue dimensioni». Anche quella corporea, che non può ridursi a una semplice «parte» dell’essere umano, ma lo coinvolge nella sua interezza. E del resto, «la nostra fede sta in piedi sul corpo! Dio si è fatto carne. Gesù risuscita nel suo corpo. Noi ci nutriamo del suo corpo e sangue. Non esiste, semplicemente non esiste, un cristianesimo senza corpo». Perciò «il recupero di una fede del corpo è il nocciolo sul quale oggi la fede sta o cade».

Da qui l’enorme importanza di rivalutare anche il cuore, non nella logica di un melenso sentimentalismo, ma in quella a cui allude la nota pensatrice americana Martha Nussbaum, quando osserva che «per reagire correttamente a un caso pratico […] che ci sta davanti, è necessaria non soltanto la valutazione dell’intelletto, ma anche un’appropriata risposta emozionale» e intitola un suo saggio L’intelligenza delle emozioni. In realtà, ben prima di lei, queste cose le aveva già dette il grande card. Newman, citato da Borghi, che commenta: «In questa visione il corpo allora diventa sia il luogo della percezione della verità che quello della espressione della stessa. Verità che in questo modo sorpassa la ragione stessa e coglie della realtà anche lati e sfumature che altrimenti sarebbero invisibili».

Oggi questo non soltanto lo scrivono i filosofi, ma lo vivono le persone. L’autore lo ha imparato dai suoi alunni: «Gli antichi greci dicevano che l’uomo possiede tre cervelli: la razionalità (la mente), l’emozione (il cuore) e l’istinto (il corpo). Fino a qualche anno fa si dava per scontato che la base comune su cui gli uomini potevano ritrovarsi e capirsi fosse la razionalità. Io ho imparato dai miei studenti che oggi non è più così». 

Ciò non comporta alcun cedimento alla «deriva emozionalista» – così diffusa nella nostra società e nella stessa Chiesa – che tende a «suscitare e consumare emozioni fini a se stesse, senza correlazioni con la mente o con il corpo». Perché la fede «vuole mente, cuore e corpo insieme». «Il problema della cultura di oggi è la frammentazione, è che i nostri tre cervelli non sono più capaci di “dialogare” tra loro».

Il punto è saper distinguere tra emozioni e sentimenti: «Oggi questi adolescenti vivono un sacco di emozioni, ma pochissimi sentimenti e non sanno distinguere le due cose». Questo spiega anche, in campo religioso, «l’enorme difficoltà di passare da un’esperienza emozionante di fede a un sentimento coltivato della stessa». Ma la soluzione non è tornare a un certo razionalismo, su cui ancora si fonda la nostra catechesi; anzi richiede proprio che lo si superi, perché «se il centro della fede sta ancora appoggiato sulla testa, nessuno si darà pena di aiutare i giovani a stabilizzare il vissuto emozionale che li attira ancora al vangelo». 

Lo stesso vale per la corporeità. «Oggi chi vuole ancora cercare un senso umano della vita non lo fa a partire da valori o regole precostituiti, ma da esperienze corporee, anche pesanti a volte». Prenderne atto è fondamentale, se si vuole ancora proporre un vangelo credibile agli uomini e alle donne – soprattutto ai giovani – del nostro tempo. È da qui che si svolge, nel corso del libro, l’idea del corpo come «luogo essenziale della salvezza». 

Sullo sfondo c’è la fede cristiana nella risurrezione, contrapposta alla credenza, oggi così diffusa, nella reincarnazione (per cui il corpo è come un vestito che si può cambiare senza perdere la propria identità). «È evidente che per vivere da risorti sarà anche necessario “purificare” la dimensione corporea da ciò che la spinge a diventare autoreferenziale e a non seguire più la direzione dell’amore, dell’offerta di sé data da Dio. Ma ciò vale allo stesso modo per tutte le altre dimensioni della persona, mente compresa, nelle quali pure è presente la conseguenza del peccato». È soprattutto lo spirito, anzi, a doversi convertire. Non a caso «la conversione, cioè il progressivo orientarsi a Dio, è metanoia in greco, cioè cambiamento di mente, di mentalità&raqu
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Questa attenzione al corpo cambierebbe anche lo stile delle nostre celebrazioni liturgiche, spesso così spente e razionalizzate, a cominciare dalla messa. La corporeità dovrebbe giocarvi un ruolo fondamentale: «La liturgia deve parlare ai cinque sensi, e farli vivere tutti e cinque, così come avviene quando si fa l’amore».

A questo proposito, l’autore sottolinea l’importanza di una rivalutazione della sessualità e dell’eros: «Ci manca una teologia dell’erotismo». Si lega a questo la diffidenza secolare nei confronti del piacere: «La Chiesa ha accettato spesso il corpo che soffre, ma ha sempre visto con difficoltà il corpo che gode». Nella stessa terminologia del Catechismo riguardante la sessualità «mancano, quasi, le parole tenerezza, desiderio, gioia, gusto, felicità, piacere, godimento». Eppure la Bibbia contiene anche il Cantico dei cantici! E la metafora ricorrente in essa è quella dell’unione sponsale tra Dio e gli uomini. «Non è un caso quindi che l’atto eucaristico supremo di Gesù si esprima con la stessa frase che un marito e una moglie vivono nell’atto d’amore: “Questo è il mio corpo dato per te”». 

Sono solo degli spunti, presi qua e là, da un testo che vale la pena leggere per intero con attenzione. In questo tempo di transizione, in cui il credente è chiamato a ripensare creativamente il passato alla luce delle istanze del presente, nella prospettiva del futuro – è questo il senso della tradizione – questo libro di Gilberto Borghi è un contributo significativo, tanto più che non pretende di dare soluzioni preconfezionate e definitive, ma dialoga con la vita e con i problemi dei tanti giovani che ci interrogano ogni giorno sul senso della nostra fede, cercando insieme a loro la risposta.

Qui l’originale

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