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Mediazione familiare: ci sono speranze per un matrimonio “morto”?

© michaeljung/SHUTTERSTOCK

Patricia Navas - Aleteia - pubblicato il 18/05/14

Max Galdeano, del Centro di Orientamento Familiare di Terrassa (Spagna), parla di questo servizio ecclesiale poco conosciuto (I)

Luis e Teresa avevano deciso consensualmente di divorziare, e in tribunale avevano ricevuto le misure provvisorie di separazione. Hanno iniziato una nuova vita da separati, ma hanno visto che c'era una serie di questioni e situazioni che li faceva discutere spesso. Hanno ricordato che qualcuno aveva parlato loro della mediazione familiare come aiuto per risolvere i conflitti. Non andava a nessuno dei due, ma hanno fatto lo sforzo.

Man mano che dialogavano e procedevano nelle sessioni con il mediatore, hanno recuperato l'interesse per quel progetto comune che credevano finito. Alla fine, entrambi aspettavano l'arrivo di quegli incontri, si preparavano con cura e li concludevano con una cena.

Sono tornati a innamorarsi, a convivere, a lottare insieme. Hanno dovuto presentare un documento in tribunale che attestava la loro “riconciliazione”. Per un paio d'anni questa coppia ha inviato due bottiglie per Natale al mediatore come dimostrazione di riconoscenza.

Forse questa non è la fine abituale delle rotture familiari, ma esistono anche casi di coppie che riescono a riconciliarsi. Per questo il loro mediatore, Max Galdeano, non chiude la porta a questa possibilità quando si trova di fronte a un matrimonio “fallito”.

Qual è la frontiera tra la mediazione e l'orientamento familiare? Cosa offrono i Centri di Orientamento Familiare della Chiesa? Per cercare di chiarire un po' il tema, abbiamo intervistato questo orientatore e mediatore familiare, volontario presso il COF Mare de Déu de la Salut del vescovado di Terrassa e responsabile della ONG Acción Familiar di Barcellona (Spagna) su temi familiari.

Cosa si intende per mediazione?

L'inizio della mediazione familiare è nei processi di separazione e divorzio. Sorge come metodo per gestire i conflitti che si formano per difficoltà che bloccano gli accordi tra i membri della famiglia, evitando i processi giudiziari di carattere contenzioso (se è possibile), ponendo fine a quelli già avviati o diminuendone la portata e l'intensità.

In ogni caso, si vuole favorire la comunicazione tra le persone perché gestiscano da sole una soluzione ai conflitti che le interessano, e lo fanno alla presenza del mediatore o della mediatrice.

I principi sui quali si regge un processo di mediazione sono la volontarietà, la confidenzialità, la neutralità e l'imparzialità, così come la buona fede e la presenza dei protagonisti.

Le famiglie cambiano, e con loro le necessità e le richieste. Non tutte le famiglie che stanno attraversando una difficoltà o hanno un conflitto hanno avviato o avvieranno un processo di rottura.

Quando ricorrono a te, lo fanno per chiedere aiuto. Spesso non sanno se si trovano davanti a un mediatore, un orientatore, uno psicologo, un lavoratore sociale… Sanno che è stato detto loro che le puoi aiutare.

Molti arrivano con l'idea che il problema che hanno “lo risolverai tu”, e non è così. Quando parli con loro scopri qual è la “realtà” del loro rapporto, e spesso non ha nulla a che vedere con la richiesta iniziale.

Si inizia quindi un processo che spesso non si sa quale direzione prenderà.

La mediazione include allora la possibilità di riconciliazione?

Credo di sì. Sicuramente ci sono altri mediatori professionisti che negheranno questa possibilità. Io parlo in base a un'esperienza personale accumulata in un numero sufficiente di anni. È chiaro che se una coppia ha deciso di separarsi nessuno glielo impedirà. Il tuo lavoro consiste nell'aiutare a far sì che arrivino a un accordo nel loro patto, e se non ci riesci puoi cercare di abbassare un po' la tensione nel loro rapporto. Il resto è terreno di avvocati e del giudice.

Ho visto varie coppie che dopo aver avviato il processo di separazione sono venute qui e una volta terminato il lavoro hanno detto che se prima di iniziare la separazione avessero saputo dell'esistenza della mediazione sicuramente non sarebbero finite così.

Ci sono anche richieste di persone che di fronte alle difficoltà non sanno che strada seguire e ricorrono a te. Tu lavori con loro, le accompagni, ma la decisione è sempre della coppia, dei coniugi, perché sono loro i protagonisti.

Il processo di mediazione familiare, e anche di orientamento familiare, opera sempre in contesti non clinici, ma relazionali; questo è il terreno del mediatore e orientatore. Quando intuisci qualche difficoltà diversa da quella relazionale, rinvii ad altri professionisti perché eseguano un intervento più adeguato.

Bisognerebbe quindi parlare di terapia familiare?

In certi casi sì, ma non in tutti. Può esserci bisogno dell'aiuto di uno psichiatra, di uno psicologo clinico o di un terapeuta familiare. Il terapeuta familiare, come professionista omologato e abilitato, aiuta a risolvere conflitti o situazioni di un gruppo familiare.

Qui la famiglia è vista come un tutt'uno, ovvero si prende come soggetto di cura il gruppo intero e non solo alcuni membri. Si considera sempre che l'obiettivo principale è un miglior funzionamento della famiglia completa, cioè come un tutto, e si difendono il suo benessere e quello di ciascuno dei suoi membri.

Come si può verificare, è un lavoro molto diverso e più complesso di un processo di mediazione o orientamento familiare.

A chi si può rivolgere qualcuno che vuole risolvere i propri problemi di coppia?

In teoria a molti professionisti. Prima di indicarli, sarebbe bene chiarire che quando una coppia ha un problema, un conflitto, o sta passando un “momentaccio”, nella stragrande maggioranza dei casi non è una coppia malata, non ha alcuna patologia. Ciò vuol dire che in questi casi la via clinica non è quella indicata.

Si tratta di una coppia la cui relazione non è soddisfacente o positiva. Ed è la coppia che va aiutata.

La cosa principale è che quando si ricorre a un centro o a un professionista specializzato, bisogna avere qualche referenza sulla sua formazione e sulla sua esperienza; deve suscitare fiducia, perché senza questo ingrediente è impossibile migliorare e aiutare.

A livello ecclesiale, sono sempre più numerosi i Centri di Orientamento Familiare, noti come COF diocesani, che sono servizi di aiuto alle coppie e uno strumento di aiuto per i parroci e i sacerdoti di tutta una diocesi.

Anche se in genere offrono varie attività, forse non sono molto conosciuti; sono qualcosa di diverso dalla Caritas e dai servizi sociali, e non sono nemmeno centri clinici di terapia familiare o psichiatria.

Sono luoghi in cui le persone vengono ascoltate, accompagnate, guidate e aiutate partendo dalla visione della Chiesa. È il volto accogliente della Chiesa di fronte a persone che sono in una situazione difficile, che reclamano la tua attenzione, che ti chiedono aiuto.

Non sempre puoi aiutarle direttamente o risolvere i loro problemi, ma le ascolti, le aiuti, le incoraggi e stai al loro fianco sempre, questo sì; parliamo sempre di assistere i problemi di coppia, e anche di relazioni genitori-figli.

Com'è il servizio che viene offerto alle coppie al COF?

Nel nostro caso, il COF Mare de Déu de la Salut fa parte della Delegazione di Pastorale Familiare del vescovado di Terrassa. È formato da un gruppo di esperti (psicologi, mediatori, orientatori, avvocati, medici, infermiere, professori, sacerdoti) in temi di matrimonio, famiglia e coppia che svolgono il loro lavoro in modo volontario e gratuito.

Si assistono le famiglie in tutte le loro dimensioni, lavorando nei vari ambiti umani, psicologici, affettivi, morali, spirituali e relazionali. Si svolge un'attività di prevenzione, orientamento, consulenza e formazione permanente della vita coniugale e familiare.

Il centro è organizzato in tre aree: quella dell'assistenza integrale, quella del servizio e dell'accoglienza alla vita e quella della prevenzione e formazione.

Attualmente la sede è nello stesso vescovado, e tutte le mattine c'è un'équipe di volontari che rispondono al telefono del COF; ricevono le richieste e le passano a un coordinatore o a una coordinatrice, che in base alla richiesta la gira ai vari volontari perché siano loro a intervenire direttamente.

Vorrei sottolineare che il COF può offrire corsi, conferenze e sessioni sia a famiglie e coppie che a scuole e parrocchie su una gamma piuttosto ampia di temi collegati al matrimonio e alla famiglia. Disponiamo anche di una web nella quale si può consultare tutto ciò che ho appena spiegato.

Come si formano gli orientatori e i mediatori familiari?

Per quanto ne so, non c'è una formazione regolamentata per gli orientatori familiari. Al giorno d'oggi ci sono molti centri superiori che offrono corsi, corsi post-lauream o master.

Per i mediatori familiari la situazione è un po' diversa. Posso parlare della situazione in Catalogna, che è quella che conosco: dal marzo 2001, quando è stata pubblicata la Legge sulla Mediazione Familiare in Catalogna, per essere mediatore familiare serve un titolo universitario ufficiale (avvocato, pedagogo, psicologo, operatore sociale o educatore sociale), essere iscritti al collegio professionale corrispondente da un tempo determinato e avere un formazione (master o post-lauream) e abilitazione specifica in mediazione riconosciuta dal Dipartimento di Giustizia della Generalitat. Una nuova legge nel 2009 ha aggiunto la mediazione comunitaria, ma è diversa dalla mediazione familiare.

Sono questi i requisiti per potersi iscrivere al Registro dei Mediatori Familiari ed essere abilitati a intervenire nelle mediazioni ufficiali, ovvero quelle che derivano dai tribunali e che arrivano attraverso il Centro di Mediazione Familiare. Coloro che pur avendo tutti i requisiti non si iscrivono non potranno effettuare mediazioni familiari ufficiali.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
famiglia
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