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Lo scandalo degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica è stato provocato dall’alcolismo?

Richard Roche
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Uno psicologo spiega perché potremmo cercare di risolvere il problema sbagliato del clero

Alcuni giorni fa, una commissione che includeva il cardinale Seán O’Malley di Boston si è incontrata per mettere ordine ulteriormente nelle procedure e regolamentazioni che mirano a fermare l'abuso di minori tra i membri della Chiesa cattolica romana. Tra le parole sottolineate, “responsabilità” e “negazione”. I gruppi di vittime dicono che c'è voluto troppo tempo per arrivare a questo punto e che serve più lavoro.

Le ultime serie di norme riportano ora la Chiesa al punto in cui le professioni relative alla salute mentale si trovavano agli inizi degli anni Settanta. All'epoca, psicologi, operatori sociali e medici dovevano riferire obbligatoriamente circa gli abusi su minori – avevano una responsabilità legale di riferire qualsiasi sospetto ragionevole di abuso su un bambino.

Nei decenni trascorsi da allora, le leggi sull'informazione obbligatoria sono aumentate includendo anche altre professioni. Nello Stato di New York, ad esempio, hanno questo obbligo anche gli insegnanti, i cosmetologi e persino i massaggiatori.

In questi quarant'anni, queste norme legali hanno liberato la Nazione dagli abusi sui minori? Alcuni esperti non vedono alcuna differenza. Di recente, in un anno ci sono state più di 900.000 segnalazioni ai Servizi per la Difesa dei Bambini riguardo a sospetti abusi fisici o sessuali di bambini o abbandono emotivo. Più di 60.000 di queste segnalazioni riguardavano abusi sessuali.

È chiaro che richiedere segnalazioni obbligatorie non ha risolto il problema degli abusi. Devono quindi essere coinvolti altri fattori. Solo quando questi ultimi potranno essere riconosciuti e affrontati con buona volontà ci sarà un ambiente più sicuro per i bambini. Continuiamo a provarci, ma nonostante gli sforzi sembra che rimaniamo sempre più indietro. Per la società in generale, porre fine agli abusi di bambini è reso più complicato della promulgazione di una legislazione relativa.

La stessa domanda può essere posta nella Chiesa: quali sforzi sono necessari oltre alle “segnalazioni obbligatorie” e gli altri “programmi di sicurezza” per proteggere ulteriormente i bambini?

Nel 1972, la Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti ha condotto un'iniziativa su larga scala di importanza decisiva per la situazione attuale nella Chiesa. Un giorno di quell'anno, il nunzio apostolico negli Stati Uniti è stato accompagnato dal cardinale John Kroll di Philadelphia e da altri presuli a un incontro presso la Loyola University di Chicago. L'obiettivo era realizzare uno studio che si concentrasse sulla salute psicologica e sul benessere dei sacerdoti della Chiesa cattolica romana.

Un gran numero di sacerdoti in rappresentanza del clero statunitense è stato oggetto di studio attraverso interviste cliniche approfondite e i nostri test sulla personalità oggettivi e soggettivi. Lo psicologo clinico Eugene Kennedy è stato uno degli autori principali del rapporto di questa task force, A Psychological Study of the American Priesthood (Uno studio psicologico del sacerdozio americano).

Un risultato lampante è stato l'alto numero di sacerdoti identificati dagli psicologi come immaturi a livello psico-sociale. Ciò è stato descritto ulteriormente come la loro incapacità di condividere pienamente una serie di relazioni umane, incluse quelle intime; la solitudine è stata sottolineata come un elemento di spicco del sacerdozio (Kennedy ha affermato che “le rettorie sono posti tristi”), e il futuro è stato descritto minacciosamente come una cornice temporale in cui i problemi psicologici sarebbero aumentati e si sarebbero dispiegati in modi ancora difficili da prevedere.

A posteriori, questo rapporto si è rivelato corretto. Eugene Kennedy ci ha continuamente ricordato come i risultati di questo studio siano stati ignorati e ha sottolineato l'incapacità della Chiesa di liberarsi degli abusi sessuali in un libro, The Unhealed Wound (La ferita non guarita), nonché in articoli e discorsi.

Frank J. Kobler ha fatto compiere un altro passo avanti allo studio sul sacerdozio ed ha valutato la salute psicologica dei vescovi. Circa 75 dei 200 vescovi della Nazione sono stati studiati attraverso interviste e test psicologici. I vescovi sono risultati più sani dei sacerdoti a livello psicologico.

The New York Times (in un'era precedente a Maureen Dowd e alla sua particolare forma di sarcasmo nei confronti della Chiesa) ha pubblicato in prima pagina un articolo nel 1977 dedicato allo studio del dottor Kobler e intitolato The Happy Bishops (I vescovi felici).

Attualmente, conoscere la salute psicologica generale sia dei vescovi che dei sacerdoti cattolici sembrerebbe un fattore di grande importanza per fare della Chiesa un luogo sempre più sicuro per i bambini. È un fattore che potrebbe essere studiato e la cui presenza potrebbe avere un ruolo complesso, interessante e riconosciuto nel ciclo di abusi sessuali all'interno della Chiesa cattolica romana.

Per oltre un decennio si è scritto molto sul ruolo della “negazione”, che può essere definita in questi modi: chiudere un occhio sugli abusi che accadono; minimizzare i casi di abuso e la loro gravità; ignorare gli ovvi effetti degli abusi sessuali e le persone che li perpetrano. Se molti di questi casi di negazione mostrano la scarsa qualità del sergente Shultz (“Io non ho visto niente”), eventi più seri puntano a una cecità istituzionale ripetuta e sistematica verso un male che si stava verificando.

Sono molto rare – se ce ne sono – le ipotesi o le speculazioni sul motivo di tanta negazione. Viene menzionata come un fatto, e poi si menziona un rimedio, che in genere implica regolamentazioni simili a quelle delle segnalazioni obbligatorie nelle professioni legate alla salute mentale. Non c'è alcun tentativo di andare alla radice del problema.

Forse non c'è alcuna condizione psicologica tanto associata alla negazione quanto l'abuso di alcool. Nelle famiglie in cui si verifica questo abuso, chiunque impara a nascondere il problema, a incoraggiare l'alcolista, a farlo/a andare avanti e ad evitare che chi è all'esterno conosca la verità. Nel sistema familiare evolvono qualità come un'estrema lealtà al sistema stesso – un tentativo di mantenere i segreti al suo interno. Questo processo descrive esattamente ciò che è accaduto nella Chiesa per decenni.

Sarebbe una speculazione ragionevole affermare che in qualche modo l'alcool ha avuto un ruolo nella crisi degli abusi sessuali all'interno della Chiesa? Potrebbero esserci perfino molteplici modi in cui l'alcool è stato una parte del problema o lo ha aggravato. Ad esempio, i sacerdoti o i presuli che hanno questo problema possono non essere stati affrontati direttamente su questo, e ciò potrebbe aver provocato o amplificato un clima di negazione in cui si sarebbe passati sopra agli abusi sessuali. Sarebbe davvero interessante se la documentazione relativa al personale ecclesiastico dei decenni scorsi potesse essere rivista per vedere quanto spesso è stato affrontato questo problema.

Aiuterebbe anche guardare al modo in cui si affrontano ora i problemi relativi all'alcool e all'abuso di sostanze. Da chi va un sacerdote che ha problemi di questo tipo? Ci sono risorse efficaci disponibili? Se il problema è grave, si può disporre di un aiuto efficace?

A chi si rivolge un vescovo o un sacerdote con problemi di abuso di alcool? Se si usa il tasso di diffusione del 13% di persone che diventano alcolizzate in tutta la popolazione degli Stati Uniti, ci si aspetterebbe che circa 31 vescovi statunitensi sui circa 240 esistenti abbiano manifestato questa condizione. Da qui, sarebbe interessante vedere se i vescovi che hanno problemi di alcolismo sono stati tra quelli che hanno avuto un ruolo di maggior rilievo nel chiudere un occhio sugli abusi da parte dei sacerdoti a loro affidati.

Purtroppo, una delle principali opzioni di cura per il clero cattolico negli Stati uniti non sarà più una risorsa come la Guesthouse di Rochester, Minnesota, che sta chiudendo. I servizi che offriva saranno ora forniti a Lake Orion, Michigan. Con questo spostamento, il programma perderà un'affiliazione informale con la Clinica Mayo, dove i sacerdoti potevano ottenere assistenza dai migliori professionisti di salute mentale del mondo. Questa risorsa preziosa è ormai svanita.

Una dichiarazione della diocesi di Winona, Minnesota, recita: “Il vescovo Quinn è rattristato per la chiusura della Guesthouse di Rochester, ma è molto grato per i tanti anni di servizio alla Chiesa cattolica e ai nostri religiosi”.

In un'altra confessione, negli ultimi otto anni o giù di lì, un famigerato vescovo diocesano ha riconosciuto pubblicamente il suo problema con l'alcolismo e il modo in cui ha cercato una cura. Non penso che il nome di questo vescovo o le sue attività siano particolarmente rilevanti – il punto è che è stato brutalmente onesto sul fatto di avere un problema. La denominazione ecclesiale non ha affatto negato o mascherato il problema, dandogli il sostegno di cui aveva bisogno per far fronte alla questione.

Non credo che sia opportuno intraprendere un'analisi pubblica e uno studio della presenza dell'alcolismo all'interno del sacerdozio e della gerarchia ecclesiale. La diagnosi di un problema di questo tipo è estremamente delicata. Sforzarsi di saperne di più potrebbe rendere chi sperimenta l'alcolismo più propenso a nascondere il problema.

Non penso che in questo processo ci sia spazio per voci stridenti, biasimo o puntare il dito. Lo studio del 1972 della Loyola University potrebbe non essere praticabile nel 2014.

Credo, però, che le idee che ho presentato in precedenza aiuterebbero a capire meglio perché c'è questa “negazione” e migliorerebbero la “responsabilità” – due parole importanti usate dal cardinale O’Malley nell'incontro in Vaticano di inizi maggio.

Forse qualcuno leggendo questo contributo può pensare ora a un modo anche piccolo per implementare queste idee e aiutare discretamente un leader ecclesiale che possa avere un problema di alcolismo. Facendo questo, si farebbero ulteriori progressi nel creare un ambiente a lungo termine più sicuro per i bambini.

William Van Ornum è docente di Psicologia presso il Marist College e direttore delle ricerche e dello sviluppo/borse di studio presso l'American Mental Health Foundation di New York City. Ha studiato Teologia e Sacre Scritture alla DePaul University.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

 

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