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Speranze per Meriam

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Lucandrea Massaro - Aleteia - pubblicato il 16/05/14

La donna cristiana condannata a morte in Sudan potrebbe avere un nuovo processo

Meriam Yehya Ibrahim, la donna sudanese incinta che era stata condannata a morte per apostasia, «avrà un nuovo processo». Lo ha riferito Antonella Napoli, presidente di “Italians For Darfur“, citando rassicurazioni di avvocati raccolte da Khalid Omer Yousif, della Ong “Sudan Change Now”, come ha spiegato l’Ansa. Ma non solo: secondo Napoli, i legali contattati hanno «avuto rassicurazioni importanti: la nuova sentenza – che sarà pronunciata dalla Corte suprema – non prevederà la pena capitale» (Giornalettismo, 16 maggio).

Meriam è sposata con un eritreo ortodosso ed è stata educata lei stessa al cristianesimo dalla madre, fin dall’infanzia. Essendo però figlia di padre musulmano, il tribunale locale "shariatico", che applica alla lettera il diritto islamico vigente in Sudan sensibile alle pressioni emotive della maggioranza musulmana, l’ha giudicata colpevole di apostasia e adulterio, condannandola all’impiccagione. Diversa potrebbe essere la valutazione della Corte Suprema di Khartum, che potrebbe distinguere tra i diversi capi di imputazione ed emettere una sentenza meno influenzata dal fondamentalismo religioso. Questa volta la mobilitazione dell’opinione pubblica mondiale è riuscita ad influenzare le autorità del Sudan (Avvenire, 16 maggio).

La sentenza, in ogni caso, contraddice il principio di libertà di religione sancito – teoricamente – dalla Costituzione sudanese del 2005 e nel Paese e in tutto il mondo si chiede al presidente Omal Hassam el Bashir, autorizzato dalla legge a farlo, di revocarla. In Sudan esiste un solo precedente di sentenza di morte per apostasia eseguita e comunque non è applicabile una condanna a una donna incinta. In questo caso, la sentenza sarebbe eseguita due anni dopo la nascita del secondogenito della donna, già madre di un bambino di venti mesi che si trova con lei in carcere (L’Osservatore Romano, 16 maggio).

Nel nostro paese anche il quotidiano “Avvenire” aveva lanciato la campagna social #meriamdevevivere.

Tags:
diritti umanishariasudan
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