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Donne che emigrano, autonome e vulnerabili

© Public Domain

Dimensione Speranza - pubblicato il 15/05/14

Spesso soggette a discriminazioni, quando non vittime del traffico di esseri umani, le donne dovrebbero essere maggiormente tutelate a livello nazionale e internazionale

L’argomento è stato oggetto di una conferenza internazionale, intitolata "Il volto femminile della migrazione", organizzata da Caritas Internationalis in Senegal, a inizio dicembre, alla presenza di più di cento delegati in rappresentanza di 52 paesi. Le loro testimonianze e i loro ragionamenti hanno confermato che oggi si deve parlare – al plurale – di "volti femminili" della migrazione, fenomeno multidimensionale, che coinvolge aspetti sociali, economici e giuridici, che pone rilevanti sfide. Si tratta, infatti, di proteggere le donne migranti, in quanto soggetti vulnerabili, ma anche di riconoscere il loro ruolo di protagoniste nella lotta alla povertà e nei processi di sviluppo.

Cause umanitarie

Per inquadrare la questione, è importante cercare di rispondere ad alcune domande chiave: perché le donne migrano? Quali difficoltà specifiche incontrano? Quali sono i ruoli che assumono nei paesi di destinazione? Quale l’impatto su loro stesse e su ciò che lasciano alle spalle?

Diverse sono le ragioni che spingono sempre più donne a una scelta radicale, che apre una nuova fase nella loro vita, non priva di problemi e difficoltà. il ricongiungimento con altri membri della famiglia, spesso mariti che hanno precedentemente trovato un lavoro all’estero, era la principale ragione di migrazione in passato: oggi si assiste a una progressiva autonomia nella scelta di migrare, alla ricerca di un’istruzione, di un lavoro e di una vita migliore.

Lo ha fatto Maria, originaria dell’Europa dell’est, diploma da infermiera, poche opportunità di lavoro nel suo paese, mezzi insufficienti per mantenere la famiglia e dare una buona istruzione ai tre figli: ha deciso di emigrare in Italia, lavorando dapprima come badante e poi, dopo il corso di lingua per superare le barriere della comunicazione e il riconoscimento del diploma, trovando una buona occupazione e uno stipendio fisso. Una storia a lieto fine, anche se la nostalgia della famiglia, è difficile da sopportare.

Peggio, però, è andata ad altre donne. Khadja, eritrea, ha perso il marito nella carestia del 2009 e incinta, dopo aver venduto le poche cose rimaste, ha contattato qualcuno che potesse aiutarla nel suo progetto di emigrare in Italia dove alcuni parenti lavoravano già: un viaggio un lunghissimo, infernale, attraverso Sudan, Egitto, Libia, nella notte, a piedi, esposta ad attacchi criminali; poi il battello verso l’Italia, un’attraversata senza cibo né acqua potabile, l’arrivo in un centro di accoglienza in Sicilia per essere assistita nel parto. E Aisha, sudanese, una vita segnata dalla morte del marito durante il conflitto in Darfur, nessuna scelta possibile, se non quella di emigrare in Ciad per fuggire a violenze e miseria. Poi l’arrivo nel campo rifugiati: paure, sofferenze, fino al sostegno di alcune organizzazioni che hanno cercato di supportarla per aprire una piccola attività economica, dalla quale trarre di che vivere. E ancora Anne- Marie, rifugiata in Congo durante il conflitto in Ruanda, arriva in Belgio nel 1998: lontana dalla famiglia, una nuova cultura a cui adattarsi, un periodo iniziale molto difficile, le difficoltà di conciliare il lavoro con la vita familiare in un paese straniero, la naturalizzazione ma anche la sensazione di non partecipare veramente alla vita sociale, pur essendo portatrice di competenze e specifiche e alte qualifiche: una donna che si sente un numero, in tasca un documento del paese d’approdo, ma pur sempre straniera.

Gli esempi forniti da queste storie mostrano che le cause di migrazione sono spesso umanitarie: si fugge da un conflitto o da situazioni di estrema povertà, di instabilità economica e politica; e si cerca protezione da persecuzioni e violenze, interne persino alle famiglie di origine.

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