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Imparare ad essere “alberi che camminano”

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Roberta Sciamplicotti - Aleteia - pubblicato il 14/05/14

Un pellegrinaggio in Terra Santa sulle tracce dell'itinerario di Gesù con i discepoli

Nel marzo 2011, don Davide Caldirola ha accompagnato in Terra Santa un pellegrinaggio delle Piccole Apostole della Carità, istituto secolare fondato dal Beato Luigi Monza. “Abbiamo ripercorso insieme alcune delle tappe della vita di Gesù di Nazareth nei luoghi che l’hanno visto passare 'in forma umana' duemila anni fa”, ricorda nel libro “Come alberi che camminano. Discepoli nella terra di Gesù” (Ancora).

Le riflessioni riportate nel testo sono frutto delle registrazioni “dal vivo” durante il pellegrinaggio e delle trascrizioni compiute dalle Piccole Apostole nelle settimane successive, oltre che del lavoro redazionale di Franca Galimberti. L’augurio dell'autore “è quello di restare almeno per un istante rapiti dalla bellezza del Signore, e di ritrovare il desiderio di seguirlo, anche se magari un po’ goffamente, 'come alberi che camminano'”.

Perché il testo, che alterna brani evangelici a riflessioni che se ne traggono, ha questo titolo? Tutto parte dal passo evangelico di Marco 8, 22-26, in cui si riferisce come a Betsàida condussero un cieco da Gesù e lo pregarono di toccarlo. “Allora prese il cieco per mano, lo condusse fuori dal villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli chiese: 'Vedi qualcosa?'. Quello, alzando gli occhi, diceva: 'Vedo la gente, perché vedo come degli alberi che camminano'. Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente, fu guarito e da lontano vedeva distintamente ogni cosa. E lo rimandò a casa sua dicendo: 'Non entrare nemmeno nel villaggio'”.

“Occorre ridiventare discepoli”, scrive don Davide. “Come spesso capita, il Signore spiega cosa vuol dire diventare discepoli compiendo un segno, un prodigio, prendendo ad esempio una persona che non c’entra niente: è il caso di questo cieco. Tra l’altro questo miracolo avviene a Betsàida, la patria di Pietro, primo discepolo: è come un tornare daccapo e ricominciare, tornare alle sorgenti della chiamata”.

“Per capire come rifarsi discepoli occorre guardare questo cieco, che per diventare discepolo non fa nulla, ma è condotto da altri. Torniamo a essere discepoli 'non facendo qualcosa', ma 'non facendo niente', lasciandoci condurre, lasciandoci guidare, perché il discepolo è quello che si mette dietro, sempre, non è solo quello che impara, è quello che segue”.

“Siamo discepoli che hanno ancora bisogno di essere portati e di essere condotti perché Gesù ci tocchi”, in “un bel bagno di umiltà”, prosegue l'autore. “Dopo un po’ di strada riconosci che se un altro non ti porta tu non arrivi, che hai sempre bisogno della fede dell’altro. È il momento in cui pensi che sia cresciuta la tua fede, ma scopri che è poca cosa, se non c’è quella dell’altro che la sostiene”.

Vari i passi di Gesù verso il cieco: innanzitutto lo prende per mano, lo porta fuori dal villaggio, in disparte. “Abbiamo bisogno della fede di un altro che ci porta e poi abbiamo bisogno almeno per qualche istante di rimanere soli con Dio”, sottolinea don Davide. Gesù pone poi della saliva sugli occhi del cieco, “Forse si parte anche da tutto quello che si è incrostato sul nostro sguardo, da quello che lo ha sporcato, che ci impedisce di vedere con limpidezza le cose”. C’è poi l’imposizione della mano come segno di guarigione unito alla domanda: “Vedi qualcosa?”.

“La prima cosa che vede il cieco è la gente: torna a vedere l’umano, l’uomo. Forse per riscoprire il senso più profondo del nostro discepolato e del nostro apostolato dobbiamo tornare a vedere la gente, a vedere gli uomini, le persone, a re-incontrare le persone che il Signore ci mette a fianco”.

Per don Davide, vedere alberi che camminano è “un passaggio decisivo della vita”: “prima di tutto ci dice che il nostro sguardo è impreciso, le cose non sono come sembrano, più ancora le persone non sono come sembrano”.

Uno dei grandi capitoli di conversione del discepolo è proprio questo: “tornare a guardare con occhio diverso le cose e le persone perché niente è come sembra e tutto può essere diverso”. E quindi “tornare a rimettere in discussione da cima a fondo il proprio sguardo su di sé, sul mondo, sulla vita”, perché “niente è come sembra”.

“Ma questo sguardo impreciso di chi vede alberi che camminano diventa anche uno sguardo profetico, perché dice come deve essere la nostra vita. 'Alberi che camminano' è un controsenso, ma ci dice che ciò che è stabile si deve muovere e ciò che si muove deve diventare stabile. Forse c’è anche questo passaggio da fare. Ci sono alcune cose nella nostra vita che apparentemente ci danno sicurezza, stabilità, certezza, ma forse sono esattamente le cose da muovere, da cambiare”, “e forse al contrario ci sono cose troppo in movimento dentro di noi (le nostre preoccupazioni, le nostre ansie, le nostre incertezze) che ci dicono che abbiamo bisogno di una maggiore stabilità”.

“Ed ecco allora la seconda guarigione, quasi come una seconda chiamata”, che consiste nell’imparare a vedere “distintamente, chiaramente”. Ci sono questi due avverbi nella nuova traduzione del testo sacro: “vuol dire che a un certo punto occorre mettere un po’ d’ordine nella propria vita, e scoprire la necessità di lasciarci guarire, un buon dono da chiedere – questo – per chi vuol essere apostolo”.

“Il cieco poi viene rimandato a casa: 'Non entrare nemmeno nel villaggio, torna a casa tua', ed è quello che poi alla fine ci aspettiamo. Non ci aspettiamo di essere rilanciati chissà dove, ma di tornare a casa nostra, dove possiamo tornare a vedere di nuovo e aiutare altri a vedere di nuovo con noi”.

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pellegrinaggioterra santa
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