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Famiglie fedeli alla chiamata di Dio

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Dimensione Speranza - pubblicato il 14/05/14


1.3 Fedeltà a Dio”facendo e ascoltando” i suoi insegnamenti

Nell’orizzonte dell’alleanza biblica la fedeltà è innanzitutto testimoniata come capacità di "rimanere saldi" in Dio, soprattutto nei momenti difficili, così come ha fatto Abramo di fronte

al "segno delle stelle" nonostante i suoi ragionevoli dubbi sulla possibilità di realizzazione della promessa: -Egli rimase saldo nel Signore che glielo ascrisse come atto di giustizia-, cioè di merito (Gen 15,6)4. Fedeltà a Dio è pertanto capacità di credere e aderire alla sua parola senza perdere mai la fiducia in Lui.

In secondo luogo la Scrittura attesta l’importanza di un impegno nei confronti del progetto divino per l’umanità "facendo e ascoltando" gli insegnamenti rivelati, così come ha dichiarato il popolo d’Israele accettando la rivelazione sinaitica: -tutto ciò che il Signore ha detto noi lo faremo e lo ascolteremo» (Es 24,7)5

Nell’orizzonte biblico questa espressione (forse poco logica per la cultura occidentale abituata prima a capire e poi ad agire) sta a significare che gli insegnamenti divini vanno innanzitutto messi in pratica, in quanto provengono da un Dio che ha liberato dall’Egitto, ed è pertanto nell’ambito di tale "fare" che si "ascolta" comprendendo attraverso l’esperienza i valori soggiacenti. In altri termini: dalla prassi alla concettualizzazione, e non viceversa, come un bambino che capisce facendo, perché è questo il modo con cui Dio educa il suo popolo. Gesù stesso conferma tale dinamica quando dice ai discepoli: -Io sono la via, la verità e la vita- (Gv 14,6), per un ebreo infatti il termine "via" evoca la Torah, intesa come "via" degli insegnamenti rivelati.

Significativo quindi è il fatto che, nell’originale ebraico della Scrittura, il termine corrispondente all’italiano "fede" sia ‘emunah, una configurazione della radice ‘-m-n che comprende i significati di "rimanere saldo, avere fiducia", la stessa radice verbale dalla quale deriva anche il termine ‘amen con cui il credente esprime l’adesione totale e radicale a Dio.

2. Testimonianze di "coppia" fra fedeltà a Dio e intraprendenza

Prendiamo ora in esame (senza alcuna pretesa di esaustività) l’agire di alcune coppie bibliche nell’ambito di narrazioni note, per vedere in che modo hanno vissuto e testimoniato la loro fedeltà al progetto di Dio.

2.1 L’esperienza dei patriarchi

Iniziando dal periodo dei patriarchi, che segna l’inizio della storia del popolo d’Israele così come attestato dalla tradizione biblica6, ci si accorge che la loro fedeltà nel custodire il "patto" stipulato da Dio con Abramo (cfr. Gen 12,1-3) si coniuga con una certa intraprendenza che può essere variamente interpretata. Può infatti rivelarsi provvidenziale per risolvere situazioni rischiose come nel caso di Abramo e Sara in Egitto (cfr. Gen 12,10 ss.), può essere il segno del tentativo di mediare il perdono divino nei confronti dei peccatori come nel caso dell’intercessione di Abramo a favore di Sodoma (cfr.Gen 18,16 ss.), ma può anche apparire discutibile come la primogenitura carpita da Giacobbe ad Esaù (cfr. Gen 25,29-34 e 27,1 ss.), così come può rivelarsi non aderente al progetto divino: un esempio significativo è il concepimento di Ismaele (cfr. Gen 16,1 ss.) che, sebbene conforme alle usanze dell’epoca7, non può essere considerato il segno del realizzarsi della promessa che invece si attuerà attraverso Isacco (cfr. Gen 17,15 ss.).

In ogni caso, fra "luci e ombre", i patriarchi assieme alle loro mogli garantiscono nell’ambito del loro rapporto coniugale e delle loro famiglie il realizzarsi di una promessa che ha come orizzonte -tutte le famiglie della terra- (Gen 12,3). Per questo è importante che la successione patriarcale sia garantita dalla fedeltà a una tradizione. A tale proposito è significativo il commento rabbinico relativo al passo della Genesi nel quale si precisa che Isacco introdusse Rebecca -nella tenda di sua madre Sara [e, solo successivamente a tale gesto, la] prese in moglie e l’amò. (Gen 24,67).

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famiglia
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