Non vuoi fare nessuna donazione?

Ecco 5 modi per aiutare Aleteia

  1. Prega per il nostro team e per il successo della nostra missione
  2. Parla di Aleteia nella tua parrocchia
  3. Condividi i contenuti di Aleteia con amici e familiari
  4. Disattiva il tuo AdBlock quando navighi nel nostro portale
  5. Iscriviti alla nostra Newsletter gratuita e non smettere mai di leggerci

Grazie!
Il team di Aleteia

Iscriviti alla Newsletter

Aleteia

Sudafrica: il calvario dei minatori di Marikana

© Public Domain
Condividi

In sciopero da quattro mesi, ormai molti dei lavoratori delle miniere di platino sono rimasti senza nulla: ma chi vorrebbe interrompere lo sciopero rischia anche la vita

Marikana è stata dimenticata da molti, ma il silenzio non significa pace. Il nome della cittadina della provincia sudafricana del Nordovest, nel cuore della cosiddetta ‘cintura del platino’, ad agosto 2012 comparve sulle prime pagine dei giornali di molti Paesi, per la strage in cui persero la vita 34 minatori: la polizia aveva aperto il fuoco sui lavoratori in sciopero. Dopo pochi giorni la notizia era stata sostituita da altre, e della battaglia dei minatori per un salario più degno, così come della commissione d’inchiesta varata dal governo, si era saputo poco o nulla. Ma la situazione, nell’intera regione mineraria di Rustenburg, si era tutt’altro che tranquillizzata.

Anche in questi giorni, la calma che sembra regnare sulla zona può ingannare: molte miniere sono chiuse, in conseguenza di un altro sciopero che va avanti dalla fine di gennaio: è il più lungo della storia del Sudafrica democratico. I minatori chiedono un aumento di stipendio, che faccia arrivare le loro paghe a 12.500 rand mensili, circa 800 euro; il sindacato radicale Amcu, protagonista della mobilitazione oggi come nel 2012, rifiuta di accettare qualsiasi altra proposta, compresa quella delle compagnie minerarie (tra cui i giganti Lonmin, Anglo-American e Impala Platinum), che vorrebbero arrivare a quella cifra gradualmente, entro il 2017. Intanto, molte famiglie sono in uno stato di bisogno così grave da doversi rivolgere agli usurai, come ha denunciato recentemente il vescovo cattolico, mons. Kevin Dowling.

“La gente di Rustenburg soffre” dice anche Surprise Phetla, responsabile di Giustizia e Pace nella diocesi: i negozi chiudono, persino alcuni distributori di benzina – in un Paese dove molte merci, compresi i minerali, sono ancora trasportate sui camion – aprono solo in alcuni turni. “La gente sta cominciando a saccheggiare i negozi solo per avere qualcosa da mangiare – prosegue Phetla – mentre auto, mobili e case vengono pignorati”. Tutti, racconta poi, “aspettano di sapere se il sindacato dirà finalmente ‘Va bene, accettiamo la nuova offerta, lasciamo che la gente torni al lavoro’ e nel frattempo persino i bambini vengono cacciati dalle scuole per le rette non pagate”.

Di un aspetto ancora peggiore dello sciopero pochi parlano, e nessuno di questi vuole essere citato con il suo vero nome, per paura di venire riconosciuto: chi vorrebbe interrompere la protesta, o propone di accordarsi con i padroni delle miniere viene minacciato, e arriva a temere per la propria casa, la propria sicurezza e a volte la propria vita. “Qualcuno è già stato ucciso”, testimoniano in molti, secondo cui l’Amcu avrebbe spie nella zona, per punire chi si allontana dalla linea del sindacato. In questo contesto, la Chiesa fa quel che può: anche una festa parrocchiale a Marikana diventa l’occasione per distribuire cibo, e in queste occasioni la fila di uomini, donne e bambini cresce rapidamente.

“Abbiamo accordi anche con alcuni negozianti di Rustenburg – spiega ancora Phetla – che una volta o due al mese danno qualcosa alle persone”. Viveri e vestiti arrivano, infine, attraverso l’ufficio diocesano che si occupa di Hiv e Aids, lavorando anche nei cosiddetti ‘insediamenti informali’, vere e proprie distese di baracche, dove vivono molti lavoratori migranti, spesso irregolari. Per loro le condizioni di vita sono, se possibile, ancora più dure, tanto che molti sono tornati nei loro paesi d’origine, come il vicino Lesotho, dove – se il lavoro manca – a volte c’è almeno un campo da coltivare per mantenere la famiglia.

Proprio su mestieri alternativi puntano le organizzazioni religiose per alleviare almeno in parte il disagio della popolazione: “Ci sono realtà ecclesiali che portano avanti progetti agricoli rivolti alle donne, per ridurre la dipendenza economica dalle miniere”, e contemporaneamente si cerca anche di fornire un’istruzione a chi vive negli insediamenti abusivi, con corsi di alfabetizzazione per uomini e donne e lezioni dirette ai bambini: anche lo studio può essere un modo per guardare al futuro, in attesa che si rompa il silenzio che avvolge Marikana.
 

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni