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Prove di pace in Sud Sudan

AP/archivo
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Il martoriato paese africano può forse sperare in una soluzione non violenta della sua lunga crisi

Finalmente un segnale positivo per il Sud Sudan. Infatti, venerdì sera, è avvenuta la tanto attesa stretta di mano tra i due acerrimi nemici: il presidente Salva Kiir e il leader ribelle Riek Machar. Hanno sottoscritto un impegno formale per la cessazione delle ostilità. Un gesto simbolico, ad Addis Abeba, dopo una giornata di intenso negoziato. L’intesa, parte dall’assunto che “un governo di transizione offre le migliori possibilità per il popolo del Sud Sudan” in vista di prossime elezioni. Gli osservatori esprimono un cauto ottimismo, non foss’altro perché vi sono ancora alcuni punti da chiarire. Ad esempio, a chi spetterà formare il governo di transizione e indire le elezioni generali? Le due parti si sono comunque impegnate a trovare a breve una soluzione definitiva alla crisi che, in pochi mesi, ha già fatto migliaia di morti, tarpando le ali alla più giovane nazione africana che ha ottenuto l’indipendenza nel 2011. In effetti, tutti sapevano che questa guerra non avrebbe avuto vincitori e che, soprattutto, avrebbe penalizzato solo e unicamente la povera gente.

A questo proposito nei giorni scorsi le Nazioni Unite avevano accusato sia il governo di Juba sia i ribelli di avere commesso crimini contro l’umanità, incluse uccisioni e stupri di massa. Tutti fatti gravissimi, peraltro, ben documentati da fonti autorevoli della società civile sud sudanese, quella variegata realtà interetnica composta da gruppi, associazioni e chiese cristiane che hanno fatto di tutto perché i due contendenti accettassero la via del dialogo. La vera incognita è rappresentata dal fatto che l’arena politica sud sudanese è comunque espressione dell’etnicismo che ha insanguinato il Paese africano. Ecco perché sarebbe un grave errore, oggi, eludere nel Sud Sudan il problema dello “Stato-Nazione”, così come postulato dall’africanista Basil Davidson, vale a dire una forma istituzionale di imitazione occidentale che si traduce in un governo autocratico fondato sul nepotismo e la corruzione esercitati a favore di una o più componenti etniche della popolazione contro le altre. A questo punto, riflettendo sull’accordo di Addis Abeba, non resta che sperare.

Qui l’originale

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