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Come San Giovanni evangelista riscattò un cristiano divenuto un capo criminale

Randy OHC

Brantly Millegan - Aleteia - pubblicato il 12/05/14

L'apostolo lascia in eredità ai suoi successori vescovi un alto livello di impegno per la salvezza delle anime perdute

Dopo essere corso dietro a un peccatore sui tetti del Vaticano, papa Francesco è stato visto prendere una scorciatoia attraverso la Torre di Niccolò V e cogliere l’anonimo blasfemo di sorpresa, subito prima che entrambi cadessero, attraverso le vetrate del XV secolo, direttamente in un confessionale che si trovava sotto al luogo in cui si trovavano.

Sapevamo tutti che papa Francesco è incredibile, ma questo episodio è più che impressionante! Il racconto completo dell’inseguimento, con una foto dell’azione nel momento in cui si svolgeva, può essere letto sul sito nordamericano The Onion.

Calma: si tratta di un sito umoristico e il racconto è ovviamente inventato.

Questo scherzo, però, mi ha ricordato una sorprendente storia su San Giovanni evangelista, registrata dal vescovo Eusebio, del IV secolo, nel Libro III, Capitolo 23 della sua “Storia ecclesiastica”: “una storia veritiera tramandataci sull’apostolo Giovanni e custodita nella memoria”, riferisce Eusebio.

Giovanni era appena tornato dall’esilio nell’isola di Patmos e stava viaggiando in vari luoghi per ordinare dei vescovi. In una città dimostrò una preoccupazione particolare per il benessere spirituale di un giovane ed esortò il vescovo locale: “Lo affido alle tue cure alla presenza della Chiesa e di Cristo come testimoni”. Il vescovo accettò la missione e Giovanni tornò a casa, ad Efeso.

Il vescovo passò poi a uno dei suoi presbiteri il compito di istruire e battezzare il giovane. Giudicando erroneamente che il giovane fosse ormai saldo nella fede, però, il sacerdote allentò la disciplina molto presto, ed è allora che le cose iniziarono ad andare a gambe all’aria.

Il giovane iniziò a frequentare brutte compagnie che lo convinsero a rubare con loro. La sua coscienza sapeva, ad ogni modo, che le sue azioni erano gravi. Vedendo quanto fossero seri i suoi crimini, iniziò purtroppo a perdere la speranza nella misericordia di Dio. Ritenendosi perduto per sempre, si gettò ancor di più nel crimine, e come descrive Eusebio divenne “degno capo” dei briganti, “violentissimo, crudelissimo, spietato”.

Qualche tempo dopo, Giovanni visitò di nuovo quella chiesa e chiese al vescovo: “Rendici il bene che io e Cristo ti abbiamo dato in cura alla presenza della Chiesa, di cui sei il capo e che ne è testimone”.

All’inizio il vescovo rimase confuso, pensando che Giovanni si riferisse al denaro, ma l’apostolo chiarì che stava parlando del giovane e dell’anima del fratello. Il vescovo scoppiò in lacrime e confessò: “È morto a Dio. È divenuto infatti malvagio e dissennato, ma soprattutto brigante, e, invece di stare in Chiesa, se ne sta rintanato sui monti con una banda di uomini suoi pari”.

Giovanni, secondo Eusebio, “strappatasi la veste, gemette a lungo e, battutosi il capo, disse: ‘Bella custodia all’anima del fratello ho lasciato! Portatemi un cavallo e qualcuno mi faccia da guida per il cammino’”, partendo subito alla ricerca del nascondiglio del bandito.

Quando arrivò lì vicino, venne fatto prigioniero da alcuni dei briganti. Non oppose resistenza, ma chiese di incontrare il capo. Quando Giovanni si avvicinò, il giovane era in piedi, armato. Riconoscendo Giovanni, fuggì, “preso da vergogna”.

Giovanni, che avrà avuto tra i 70 e gli 80 anni, “dimentico della sua età, si mise ad inseguirlo con tutte le sue forze gridando: ‘Perché fuggi, figlio, da me, tuo padre disarmato e vecchio? Abbi pietà di me, figlio, non temere; hai ancora speranza di salvezza. Io chiederò venia a Cristo per te; se necessario, morirò volentieri al tuo posto, come ha fatto il Signore per noi; per la salvezza della tua anima darò la mia. Fermati; credimi, Cristo mi ha mandato’”.

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