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Il gioco degli scacchi serve a evangelizzare?

© chrisgj6

Centro de Estudios Católicos - pubblicato il 09/05/14

Può essere un valido strumento per l'evangelizzazione della cultura, auspicata e incoraggiata dagli ultimi papi

Gli scacchi sono un gioco per due persone con 64 riquadri alternati bianchi e neri, con 16 pezzi per ogni giocatore e in cui non c'è un fattore aleatorio, dovuto al tirare i dadi o cose simili. Ogni gruppo di pezzi – uno bianco e uno nero – è composto da otto pedoni, due torri, due cavalli, due alfieri, una dama (regina) e un re. Ogni tipo di pezzo ha caratteristiche e movimenti specifici, contribuendo alla grande complessità strategica del gioco. L'obiettivo è fare scacco matto al re dell'avversario, ovvero minacciarlo in modo che non ci sia difesa possibile, terminando la partita in questo tipo di posizione. I bianchi iniziano sempre la partita, e le mosse si alternano senza che esista un limite ad esse.

Un gioco simile agli scacchi, il Bao, è noto fin dall'antico Egitto, ma l'origine degli scacchi attuali si ritrova nel Chaturanga, un antico gioco dell'India del V secolo d.C. di tipo militare, per quattro giocatori e anche con dadi, in cui quattro eserciti si disputano la supremazia. È passato poi in Persia con il nome Shatrang (“Shah mat”, ovvero “il re è morto”, da cui l'espressione “scacco matto” attuale). Nel 651 gli arabi conquistarono la Persia, e il gioco si sviluppò considerevolmente, nascendo i primi grandi giocatori, esperti di problemi, i teorici del gioco e i primi libri sul tema.

In seguito, le conquiste musulmane hanno portato il gioco nel sud d'Europa, dove nel Medioevo godette di grande prestigio, soprattutto tra i nobili. In questo periodo vennero fissate le regole che si stabiliranno nel gioco moderno, e nacquero importanti riferimenti al gioco in letteratura – poesia, epiche, gesti. Nel 1575, Filippo II di Spagna organizzò il primo grande torneo “mondiale” tra i quattro migliori giocatori dell'epoca. Dal XIV secolo sorsero i nomi di riferimento dei grandi giocatori dell'epoca moderna, con il sacerdote spagnolo Ruy López de Segura che venne reso immortale dall'apertura che porta il suo nome ed è una delle più utilizzate fino ad oggi (Becker, 1978; Dextreit; Engel, 1981).

In poche parole, gli scacchi sono intesi come un gioco perché richiedono abilità, come scienza per la necessità di calcoli e come arte per la creatività, l'immaginazione e il senso estetico che lo sviluppo delle posizioni sulla scacchiera può fornire all'intelletto e alla sensibilità. Il “re dei giochi e il gioco dei re”, per la sua profondità (e nell'antichità perché era più conosciuto e apprezzato dalla nobiltà), offre ancora molte possibilità di analogie con numerose situazioni della vita, traendosi da questo il suo valore educativo. È fonte di ispirazione per varie manifestazioni artistiche, come la pittura, la scultura, la letteratura, il teatro e anche il cinema (“Il Settimo Sigillo” di Ingmar Bergman è un riferimento essenziale). Di fatto, dalle premesse del gioco è possibile sviluppare temi di stampo filosofico, sociologico e del comportamento umano, soprattutto per la psicologia (cfr. Dextreit; Engel, 1981). Senza pretendere di enumerarle in modo esaustivo, è importante commentare alcune caratteristiche del gioco.

Una delle grandi particolarità degli scacchi è proprio il fatto che non includono il fattore della fortuna, come accade invece in molti altri giochi. Ogni giocatore, quindi, è del tutto responsabile di ogni movimento che sceglie per i propri pezzi. Ciò implica da un lato un'assoluta libertà di scelta – ad eccezione dei limiti imposti dalle regole –, dall'altro la responsabilità per le azioni scelte, siano positive o negative le loro conseguenze. Anche la necessità di seguire delle regole è un fattore di grande rilievo, perché condiziona il comportamento onesto di fronte a parametri riconosciuti e universalmente accettati. Entrambi gli aspetti parlano delle condizioni della vita umana, aprendo gli orizzonti a molte riflessioni. Spicca anche la caratteristica dell'individualità, e ogni giocatore ha uno stile proprio e inimitabile, che valorizza la persona come unica e irripetibile. Allo stesso tempo, si può giocare in squadre – ogni giocatore in una squadra che ne affronta uno della squadra avversaria –, e in questo senso si sviluppa anche la nozione di cooperazione, visto che il risultato di una partita ha conseguenze sul risultato generale, mantenendosi ad ogni modo l'importanza dell'elemento individuale.

Negli scacchi si perfeziona anche il tema della libertà individuale, e uno degli aspetti più interessanti in questo senso è il caso dell'egemonia degli scacchi sovietici a partire dagli anni Sessanta. Sotto un regime totalitario, arbitrario e falsamente egualitario come il comunismo, lo sport nazionale sovietico, in cui i grandi maestri hanno ricevuto lo status di veri eroi nazionali, ha permesso di aumentare il valore individuale e la libertà di scelta (cfr. Pachman, 1974; Dextreit; Engel, 1981), essendo molto probabilmente una delle ragioni per l'enorme sviluppo del gioco nel mondo sovietico.

Anche da un punto di vista filosofico gli scacchi permettono considerazioni importanti. Ad esempio, il libro di Emanuel Lasker (“Lasker's Manual of Chess”, 1960), campione del mondo per 27 anni consecutivi (1894-1921), apporta ponderazioni non semplicemente tecniche sul gioco, ma un'elaborazione di idee generali e profonde, come il concetto di “prima di attaccare, considerare il rafforzamento dei punti deboli della propria posizione”. Tra le altre cose, come la prudenza, questo approccio punta allo sviluppo dell'umiltà nel riconoscimento dei propri limiti e a un'obiettività concomitante di riconoscere la realtà di una situazione. Lasker ha sviluppato anche la percezione di scegliere stili di gioco in funzione dei suoi avversari, optando spesso non per le giocate migliori (considerate oggettivamente in una determinata posizione), ma per quelle che avrebbero indirizzato la partita verso una posizione che fosse più esigente per gli altri concorrenti… si può definire un “gioco psicologico”, che insieme alla sua straordinaria capacità personale induceva all'errore gli altri giocatori. Lo studio dello stile personale degli altri concorrenti è oggi obbligatorio per qualsiasi giocatore professionista che disputi tornei, soprattutto a livello internazionale.

Il gioco degli scacchi richiede poi l'uso di valori estetici (cfr. Abrahams, 1974), e questa prospettiva è un passo decisivo per le relazioni tra il gioco e i valori religiosi. Per tutti questi aspetti e altri ancora, gli scacchi si consolidano come uno strumento speciale nel campo dell'educazione, favorendo lo sviluppo di numerose qualità nella formazione degli studenti.

Gioco degli scacchi e insegnamento religioso

Le conseguenze etiche collegate agli scacchi rimandano a valori di cui ci si può avvalere anche nell'insegnamento religioso, soprattutto cristiano e cattolico. Questo aspetto è attualmente oggetto di un lavoro accademico in preparazione da parte dell'autore. Alcuni approcci in questo senso sono, ad esempio, oltre alle già menzionate libertà, responsabilità personale nelle decisioni, ecc., la nozione di chiarezza di un obiettivo finale – un fine ultimo che, per essere fruttuoso, deve essere perseguito con impegno e perseveranza; l'idea che l'aspetto materiale non è il più importante, ma che il sacrificio dell'aspetto materiale è spesso la condizione per ottenere la vittoria (in molte situazioni la consegna di pezzi, pur lasciando il giocatore in svantaggio a livello di materiale, permette di ottenere una posizione vittoriosa); il valore relativo dei pezzi – la regina, per la sua maggiore mobilità, è la più preziosa, ma in base alla posizione sulla scacchiera può essere meno importante di un pedone, il pezzo con minor valore assoluto. Da ciò deriva la comprensione per cui il valore assoluto dei beni materiali è falso (un riferimento a questo si esplicita nel valore dell'obolo della vedova e nella questione dell'offerta dei farisei, cfr. Mc 12, 41-44; Lc 21, 1-4). Allo stesso tempo, c'è un solo pezzo che può essere sacrificato – il re –, visto che è intorno a lui che si sviluppa il gioco; ci sono quindi valori non negoziabili, indipendentemente dalla situazione, con una forte analogia con quello che non può mai essere sacrificato in termini religiosi, ovvero l'anima, la cui vittoria spirituale è il centro della vita umana.

Un altro approccio interessante è quello del pedone, che pur avendo il valore più bass è l'unico che può, se arriva all'altro estremo della scacchiera, essere promosso a un pezzo di maggior valore: anche l'essere umano, se arriva correttamente alla fine del suo pellegrinaggio in questa vita, riceve come premio la partecipazione alla natura divina. Sono quindi molte le analogie, e presentano, sotto la forma ludica del gioco, preziosi insegnamenti nell'ambito religioso. Atteggiamenti concreti di fronte agli altri concorrenti, come il necessario riconoscimento del loro valore individuale, indipendentemente dalla loro apparenza, età, condizione sociale ecc., portano alla riflessione sul valore intrinseco di ogni essere umano e sull'origine, in ultima istanza, di questo valore, rimandando all'uguale dignità di tutti gli esseri umani come figli di Dio e alla valorizzazione delle loro caratteristiche uniche.

Questi esempi illustrano in modo semplificato la potenzialità del gioco degli scacchi anche in ambito religioso. Si tratta di un prezioso strumento per l'evangelizzazione della cultura, desiderata e incoraggiata dagli ultimi papi, soprattutto a partire da San Giovanni Paolo II (egli stesso grande giocatore di scacchi, arrivando anche a sviluppare una variante di apertura che porta il suo nome). Si può quindi dire propriamente che “gli scacchi, che riuniscono organicamente elementi artistici, scientifici e sportivi, nel corso dei secoli hanno costituito una parte inalienabile della cultura e della civiltà mondiale” (Isaac Linder, storico dell'Università di Mosca, scrittore ed esperto di storia degi scacchi).

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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