Ricevi Aleteia tutti i giorni
Solo le storie che vale la pena leggere: leggi la newsletter di Aleteia
Iscriviti!

Non vuoi fare nessuna donazione?

Ecco 5 modi per aiutare Aleteia

  1. Prega per il nostro team e per il successo della nostra missione
  2. Parla di Aleteia nella tua parrocchia
  3. Condividi i contenuti di Aleteia con amici e familiari
  4. Disattiva il tuo AdBlock quando navighi nel nostro portale
  5. Iscriviti alla nostra Newsletter gratuita e non smettere mai di leggerci

Grazie!
Il team di Aleteia

iscriviti

Aleteia

Io prof e la scuola che incontra il Papa

© Vincenzo PINTO / AFP
Pope Francis blesses faithful as he leaves in his papamobile after the Holy mass with the ecclesial movements for Pentecost Sunday on May 19, 2013 at St peter's square at the Vatican.
Condividi

Ci piace l’intenzione di parlare della scuola nella sua globalità. E proprio per questo: ripartiamo da un’alleanza concreta con studenti e docenti

Egregio mons. Galantino,
le scrivo dopo aver visto la sua breve intervista in preparazione all’incontro della scuola con il Papa. Avevo già cominciato a riflettere, come docente di religione, sulla giornata del 10 maggio a Roma. Ma le sue parole mi hanno stuzzicato, perché ho avuto l’impressione che la Chiesa italiana tenti, quasi per la prima volta, di prendersi a cuore la scuola nella sua globalità.

Sorpreso da questa impressione positiva, ho fatto una breve ricerca sul sito della CEI. E ho scoperto che dal 1980 ad oggi, cioè in 34 anni, i documenti ufficiali prodotti dalla CEI sono stati ben 1306. Di questi, solo due sono dedicati alla scuola nella sua globalità: il messaggio dell’allora presidente, card. Poletti, al mondo della scuola, del 11 giugno 1986 e la lettera "Per la scuola" della commissione CEI, del 23 maggio 1995. Da quella data ad oggi, la CEI ha prodotto 612 documenti ufficiali, nessuno dei quali si occupa della scuola nella sua globalità.

Credo che la mia impressione positiva sulla sua intervista sia, perciò, più che giustificata. Perché lei dice che l’incontro col Papa dovrebbe servire non a rinserrare le fila delle scuole cattoliche, ma "a riscoprire la gioia, ma anche la fatica, di educare gente criticamente in gamba, leale, aperta, capace di progettare cose nuove". Sono parole che fanno ben sperare. Anche perché non mettono subito in primo piano alcuni "must" ecclesiali sulla scuola, ormai purtroppo erosi dall’eccessivo uso: valori, libertà di educazione delle famiglie, scuole private. Ma, proprio perché veniamo dall’abitudine a queste parole, il timore che questo evento si riduca al solito "vedete quanti cattolici siamo, dateci i soldi che ci toccano!" (come scuole paritarie) lo dichiara pure lei. Non a caso, negli stessi anni dei due documenti citati, la CEI ha dedicato ben 13 documenti a scuole cattoliche e insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche. A volte anche i numeri sono parole.

Proprio per questo, oggi, se la Chiesa vuole davvero cambiare registro e prendersi a cuore la scuola italiana nella sua globalità, dovrebbe mostrare un po’ di coraggio in più.
Innanzitutto quello di uscire dalla logica della lobby. Al di là dei proclami e dei documenti ufficiali, il vissuto effettivo della Chiesa italiana verso la scuola, in questi ultimi 30 anni, è stato spesso improntato all’idea di conservare o riconquistare un territorio culturale che via via si stava perdendo. E se negli anni Settanta o Ottanta c’erano motivi di sensatezza in questo, non ci si è accorti che, nel frattempo, il mondo è cambiato e la società italiana è "esplosa", con una frammentazione culturale che impedisce tuttora di tornare a percorrere le strade di allora, per rifondare una società in cui l’"umano" si salvi. Perciò, quando lo facciamo, siamo spesso percepiti come la lobby "cattolica" della cultura. Il coraggio che oggi ci è chiesto è perciò quello di abbassare le difese e ridurre la distrazione verso la scuola statale.
La vicenda degli opuscoli dell’Unar sulla teoria del "gender" e la campagna "Lgbt" né è la riprova. Non perché quei volantini siano condivisibili. Ovvio che no. O sia accettabile che al ministero nessuno sapesse nulla di questo. Ovvio che no. Ma perché la nostra reazione "media" rischia di mostrare solo quanto siamo distratti, non immaginando che la scuola oggi vive, come la società, senza regole condivise e controlli reali, dove ognuno tende a fare quello che vuole. Oppure, mostra la difesa di una antropologia vera, ma irricevibile dal mondo di oggi, per come spesso ancora la formuliamo.

In secondo luogo, se vogliamo fare qualcosa per la scuola, incominciamo ad ascoltarla. Attraverso gli studenti e gli insegnanti che ci vivono dentro, non solo con "report" sociologici o nei convegni accademici, fatti da persone che spesso, da anni, non mettono piede a scuola. Lei stesso afferma che il Papa – incontrandola con il presidente, card. Bagnasco – ha insistito perché "ci sia sempre la percezione che la Chiesa sta parlando a persone in anima e corpo con la loro storia molto precisa". Come si fa, se prima non le ascoltiamo queste persone? Se, come Chiesa, non sappiamo che cosa succede realmente nelle classi della scuola italiana? Lo dico perché, a leggere molte parole, anche di alti esponenti ecclesiali, ho l’impressione chiara che si parli spesso di una scuola che non esiste nella realtà. La Chiesa perciò può fare un grande servizio alla scuola se apre spazi di ascolto e stimola luoghi di confronto, in cui essa possa guardarsi davvero dentro per provare a capire, dal basso, come riformarsi sul serio.

Pagine: 1 2

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni