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Da Papa Paolo VI a Papa Francesco: perché i pontefici vengono in Terra Santa?

© Jeffrey Bruno / ALETEIA

Le blog de Frédéric Manns - pubblicato il 08/05/14

Il contesto geopolitico del Medio Oriente è cambiato con la primavera araba e la guerra di Siria che per i cristiani fu disastrosa. Ricorderete la sorte dei cristiani di Maalula, il villaggio dove si parla ancora aramaico, la lingua di Gesù. Il papa sembra determinato ad aprire un “buco sul tetto”, per dare fiato e visuale al processo di pace, nell’orizzonte paralizzato del medio Oriente: una promessa che agli occhi delle cancellerie, dopo la crisi siriana, ne fa il nuovo, incisivo protagonista della politica mediorientale. L’ingresso in scena del Papa venuto dall’America latina, imprevisto e imprevedibile, rappresenta una valvola insperata di decompressione, in un contesto bloccato. “Le paralisi delle coscienze sono contagiose. Con la complicità delle povertà della storia, e del nostro peccato, possono espandersi ed entrare nelle strutture sociali e nelle comunità fino a bloccare popoli interi”, ha detto Papa Francesco nella messa concelebrata con il patriarca copto Sidrak, esibendo un’attitudine interventista. Il papa si è messo in testa, meglio in cuore, di rimettere in movimento la storia della Terra Santa, dove hanno fallito i conducenti della Casa Bianca e dell’Europa tra lunghe soste e accelerazioni a tavoletta. Il passaggio più geopolitico della lettera del papa Evangelii Gaudium sembra pensato e scritto appositamente sul puzzle palestinese: “Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente…Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi…”. Iniziare processi: a differenza di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, il viaggio di Francesco si colloca all’inizio del pontificato, anche se è dovuto a circostanze indipendenti dalla sua volontà. Non alla fine, come per Wojtyla nel 2000, e neppure a metà, come per Ratzinger nel 2009. Il suo attivismo sul “fronte orientale” non conosce pause. A meno di un anno dalla sua elezione ha già incontrato Shimon Peres il 30 aprile, Abdullah di Giordania il 29 agosto, Abu Mazen il 17 ottobre. Ha convocato a Roma il 21 novembre i patriarchi e ha mandato in Iraq come suo “inviato speciale” Giovanni Paolo II, attraverso una statua del papa polacco. Un discorso, pronunciato da Bergoglio a Gerusalemme, tra mura antiche e nuovi muri, che separano israeliani e palestinesi, potrebbe riportare la storia indietro, risvegliando negli Stati Uniti, sul finire del secondo mandato presidenziale, la voglia di sentirsi America, che nel 2000 spinse Clincton a forzare e sfiorare la pace, in quello che resta l’ultimo, autentico tentativo di soluzione del conflitto. Non si può dimenticare che la primavera araba ha significato persecuzioni e rigetti per i cristiani orientale. Se la Chiesa vuole respirare con i suoi due polmoni, non può abbandonare i cristiani orientali perseguitati a causa della propria fede. Una parola chiara sul dialogo autentico si impone oggi più che mai. Se non si deve pretendere tutto e subito, non si possono nemmeno lasciare le cose come stanno. Il papa non avallerà pertanto l’alibi che subordina la questione palestinese all’esito delle trattative con l’Iran: “Oggi da molte parti si reclama maggiore sicurezza. Ma fino a quando non si eliminano l’esclusione e l’inequità nella società e tra i diversi popoli sarà impossibile sradicare la violenza”, scrive ancora nell’Esortazione Apostolica. “Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme”: se Francesco non entrerà negli aspetti specifici, alzerà però la voce su quelli di principio, a cominciare dall’equità degli assetti territoriali e dal riconoscimento dello Stato di Palestina. La penna offerta in dono ad Abu Mazen e modellata sul baldacchino del Bernini indica che il pontefice affronta la sfida con lucida consapevolezza dei problemi a cui la pace si attorciglia, per poter essere sottoscritta. Non ultima la spirale di contraddizioni interne all’islam. Bergoglio teorizza non meno di Ratzinger il primato d’amore del cristianesimo. Tuttavia, come il santo d’Assisi davanti al sultano, trasferisce il confronto dalle aule universitarie e scende dalla cattedra. Sceglie il terreno della misericordia, quale categoria politica, su cui le religioni sono chiamate a misurarsi. “Ma c’è qualcosa di più alto dell’amore rivelato a Gerusalemme?”, si è chiesto a luglio in Brasile, mostrando che il pensiero dell’Oriente lo accompagna nei suoi ritorni a Occidente: “Nulla è più alto dell’abbassamento della croce, poiché lì si raggiunge veramente l’altezza dell’amore!”. Nonostante la imprevedibilità di Papa Francesco, il viaggio in definitiva conviene a tutti: arabi e israeliani, americani e russi. Gerusalemme rappresenta il “richiamo delle sorgenti”, una sete dello spirito alla quale nemmeno il vescovo di Roma può resistere e una strada che la Chiesa deve percorrere, anche fisicamente, oltre che in modo metaforico. Siamo ancora una Chiesa capace di riscaldare il cuore in mezzo alle rivoluzioni che ci impone Internet e IPad? Una Chiesa capace di ricondurre a Gerusalemme? Di riaccompagnare a casa? In Gerusalemme abitano le nostre sorgenti…Siamo ancora in grado di raccontare queste fonti così da risvegliare l’incanto per la loro bellezza in un mondo violento come il nostro?” Meglio mettere tra parentesi la Galilea, perché bisogna andare all’essenziale il kerigma: la morte e al risurrezione di Cristo significano il perdono dei peccati per i credenti, quindi un nuovo inizio per il mondo globalizzato.

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papa francescopapa paolo viterra santa
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