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Da Papa Paolo VI a Papa Francesco: perché i pontefici vengono in Terra Santa?

© Jeffrey Bruno / ALETEIA

Le blog de Frédéric Manns - pubblicato il 08/05/14

L’immagine chiave nel 2009 la enunciò sul Monte Nebo, in Giordania, quando all’inizio del viaggio parlò di Mosè che da quell’altura poté vedere la Terra Promessa solo da lontano. «Siamo chiamati ad accogliere la venuta del Regno di Cristo mediante la nostra carità, il nostro servizio ai poveri e i nostri sforzi per essere lievito di riconciliazione, di perdono e di pace nel mondo che ci circonda – disse il Papa ai cristiani della Terra Santa. Sappiamo che, come Mosè, non vedremo il pieno compimento del piano di Dio nel corso della nostra vita. Eppure abbiamo fiducia che, facendo la nostra piccola parte, nella fedeltà alla vocazione che ciascuno ha ricevuto, contribuiremo a rendere diritte le vie del Signore e a salutare l’alba del suo Regno». In quel maggio 2009 seguirono giornate scandite da declinazioni anche scomode di queste parole: ai giovani di Betlemme, ad esempio, il Papa chiese «il coraggio di resistere ad ogni tentazione di ricorrere ad atti di violenza o di terrorismo», rinnovando «la determinazione a costruire la pace». Al presidente israeliano Shimon Peres, invece, confessò pubblicamente la sua tristezza per il «muro di separazione», altra tragica novità rispetto ai viaggi di Paolo VI e Giovanni Paolo II. «Mentre lo costeggiavo – disse Benedetto XVI – ho pregato per un futuro in cui i popoli della Terra Santa possano vivere insieme in pace e armonia, senza la necessità di simili strumenti di sicurezza e di separazione». «Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe ascolta il grido degli afflitti, di chi ha paura, di chi è privo di speranza», aveva scritto nel biglietto deposto al Muro del Pianto o Muro Occidentale, abbracciando nella preghiera tutti quelli di cui in Israele e in Palestina non si parla mai. Parole di pace e di giustizia rivolte a tutti, ma affidate in prima persona alle comunità cristiane della Terra Santa. Da anni si parlava di come fermare l’esodo dei cristiani; lui ha scelto la risposta più impegnativa, convocando subito dopo quel viaggio il primo Sinodo per il Medio Oriente, celebrato a Roma nell’ottobre 2010. Perché al di là di tutte le sofferenze e le persecuzioni, è la capacità di guardare avanti e la forza della testimonianza cristiana l’unica vera roccia di salvezza, anche nelle situazioni più difficili. Tra le eredità che lascia al suo successore c’è la Via Crucis del prossimo Venerdì Santo le cui meditazioni saranno scritte da due giovani libanesi, guidati dal patriarca maronita Bechara Raï. L’ultimo suo appello a un Medio Oriente alle prese con calvari sempre nuovi a ritrovare nel cuore della fede la fonte più inesauribile della speranza. Il messaggio dei papi in Terra Santa Le omelie dei pontefici danno il contenuto spirituale dei viaggi. L’omelia di Paolo VI a Nazaret scritta dalla sua mano rimane un testo insuperato. Tre parole riasumono il messaggio di Nazaret : il silenzio, il lavoro e la vita di famiglia. Le sue omelie sono state pubblicate recentemente in un libretto di Don Alfredo Pizzuto: Paolo 6 in Terra Santa, Milano 2012. Giovanni Paolo II ha presentato Maria in chiave patristica come la nuova Sara, la nuova madre del popolo Cristiano, mentre Benedetto XVI parlava della cortesia di Dio che rispetta tutte le sue creature, anche le più piccole. Non conosciamo il messaggio di Papa Francesco che ci sorprende spesso. Francesco e il suo progetto: Da Amman a Tel Aviv Papa Francesco vuole fare un pellegrinaggio di solo tre giorni. Tre è un numero simbolico che ricorda il terzo girono della risurrezione del Maestro. Significa che vuole andare all’essenziale, alla proclamazione del Kerygma: Cristo è
morto, è risorto, perdona i peccati.

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papa francescopapa paolo viterra santa
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