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Quel piccolo schermo a misura di Vangelo

padre Raniero Cantalamessa – it

© ofmcap.org

Vinonuovo.it - pubblicato il 07/05/14

Dal nuovo libro intervista con Aldo Maria Valli alcune riflessioni del predicatore della casa pontificia sul rapporto tra Chiesa e televisione

di Raniero Cantalamessa

Arriva oggi in libreria per leditrice Ancora«Il bambino che portava l’acqua» il libro-intervista in cui, in occasione dei suoi ottant’anni, padre Raniero Cantalamessa dialoga con Aldo Maria Valli. Nel libro padre Raniero ripercorre gli anni della sua vita, da quelli degli studi biblici e dell’insegnamento universitario fino al lungo servizio come predicatore della Casa pontificia, iniziato nel 1980 e che dura tuttora. Nel libro un capitolo è dedicato anche al ministero televisivo di padre Cantalamessa, che per anni ha curato il commento al Vangelo della domenica sulle frequenze di RaiUno. Ne riportiamo qui un brano inn cui affronta il tema del rapporto tra la Chiesa e la tv.

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Come sei diventato commentatore televisivo? Quanto è durata la tua esperienza televisiva e come si è articolata?
In fatto di rubriche religiose televisive, in Italia fu un pioniere il mio confratello cappuccino padre Mariano da Torino. Dal 1955 egli condusse per la televisione (esisteva allora, beato lui, un solo canale) la rubrica religiosa Sguardi sul mondo, divenuta nel 1959 La posta di Padre Mariano. La sua popolarità raggiunse punte altissime. Ne faccio l’esperienza io stesso perché, a distanza di tanti anni, c’è gente che, forse ingannata dall’abito e dalla barba che ho in comune con lui, incontrandomi, mi chiama con tutta naturalezza padre Mariano.
Terminata l’esperienza di padre Mariano, da un accordo tra la Rai e la Conferenza episcopale italiana prese l’avvio su Rai Uno una rubrica religiosa di commento al Vangelo della domenica, in onda il sabato sera. Nel corso degli anni il titolo del programma è cambiato da Settimo giorno aLe ragioni della speranza e poi a Parola e vita. Nell’ottobre del 1997 il programma divenne una parte della rubrica di attualità religiosa tuttora in atto, intitolata A sua immagine. Anche l’orario della trasmissione, purtroppo, cambiò nel tempo, scivolando sempre più indietro (o in avanti, secondo il punto di vista). Quando iniziai il mio servizio, la trasmissione era alle 19.15, a ridosso quasi del telegiornale, mentre alla fine (per ragioni, mi si è detto, commerciali) era scivolata alle 17.30.
All’inizio si alternavano annualmente o anche mensilmente diversi conduttori. Io fui chiamato a condurre il programma per brevi periodi nell’autunno del 1982 e del 1983; poi dal novembre 1986 al febbraio 1987 e dal novembre 1987 al giugno 1988. Alla fine del 1995 l’incarico mi fu affidato in maniera continuativa e lo tenni fino al novembre del 2009, con due brevi periodi di intervallo in cui fu affidato a suor Elena Bosetti. Chiesi io stesso di essere sostituito per concedermi, scrivevo nella lettera, una pausa di riposo e concederla anche agli ascoltatori. Avendo però nel frattempo trovato un sostituto valido nella persona del padre Ermes Ronchi, la Conferenza episcopale italiana (dalla quale dipende principalmente la scelta del conduttore) decise che era ora per me di congedarmi definitivamente dal pubblico televisivo, cosa che ho accettato di buon grado, vedendo in ciò un’occasione per potere dedicare più tempo al servizio della predicazione in Italia e fuori.
Non ho tenuto il conto esatto, ma credo di avere animato in tutto circa settecento puntate. La novità maggiore da me introdotta nel programma è stata quella di uscire dagli studi televisivi ed effettuare le riprese all’esterno, in luoghi da me suggeriti, in modo da ambientare il Vangelo il più possibile nella vita. Il grande teorico della comunicazione Marshall McLuhan diceva che «il mezzo è il messaggio»; io ho constatato che spesso anche «il luogo è il messaggio». I luoghi, le realtà, le esperienze di vita che facevo conoscere al pubblico erano per se stesse, per affinità o per contrasto, un commento al Vangelo. La Rai mi ha concesso, e gliene sono grato, di realizzare cicli di trasmissioni anche dall’estero: da Israele due volte, dal Ruanda a dieci anni dal genocidio, dalla Tanzania (indimenticabile la puntata nel villaggio Masai e sulla rotta degli schiavi da Bagamoyo a Zanzibar), dal Benin e dal Burkina Faso, dall’India (nei luoghi di Madre Teresa e di Gandhi), dagli Stati Uniti (New Orleans, tre mesi dopo l’uragano Katrina, e New York, al Ground Zero), dai luoghi paolini in Turchia e in Grecia, dagli Emirati Arabi e, nell’ultimo anno, dal Cammino di Santiago di Compostella, in Spagna. In quest’ultima serie sono andato in onda con il tradizionale abito e il bastone del pellegrino, cosa che ha sorpreso e divertito per alcune settimane i miei ascoltatori.

Che cosa pensi del mezzo televisivo?
Nei miei commenti al Vangelo domenicale mi sono sforzato di mettere a servizio della buona novella tutto quello che determina la straordinaria presa della comunicazione moderna e in particolare del linguaggio pubblicitario e televisivo: brevità, essenzialità, aderenza alla vita, parola e immagine fuse insieme, in modo da ascoltare e vedere allo stesso tempo. È uno sforzo che non tradisce il Vangelo, anzi non fa che imitarlo. Anche il linguaggio di Gesù infatti è concretissimo, accompagnato com’è da parabole, immagini, aforismi, brevi storie. Io dico che se fosse vissuto al giorno d’oggi, Gesù sarebbe stato il predicatore televisivo ideale. Lui sì che avrebbe «bucato» lo schermo, abituato com’è ad entrare «a porte chiuse»!
La gioia più grande che ho avuto in questo servizio è stato constatare la risposta della gente, manifestata dalle lettere e più ancora di persona, incontrandomi per strada. Questo mi ha fatto toccare con mano non solo la potenza del mezzo televisivo, ma anche la potenza della parola di Dio. Ho capito che gran parte del pubblico, la sera, accende il televisore per conoscere le notizie e, comprensibilmente, ancor più per distrarsi e rilassarsi dopo una giornata di lavoro e di stress. Questo spiega il successo dei programmi di varietà e dei quiz televisivi. Quando però la persona o la famiglia attraversano una situazione difficile, sono nella sofferenza e cercano qualcosa d’altro, allora scoprono che il Vangelo è l’unico che ha risposte a misura dei problemi veri dell’uomo. Un’ascoltatrice terminava la sua lettera con l’esclamazione: «Il Vangelo è sublime!». Faceva eco alla parola di san Paolo: «Il Vangelo è potenza di Dio!». (…)
Secondo te, la Chiesa sa usare la televisione?
A questa domanda credo che, come vaticanista del Tg1, potresti rispondere meglio di me, conoscendo dal di dentro l’una e l’altra realtà: sia il mondo ecclesiastico sia quello televisivo. (…) Se posso dire una mia impressione, è questa: la televisione è un mezzo spietato e implacabile; non si può barare sullo schermo, bisogna essere veri. Durante l’omelia difficilmente, se uno è disgustato, lascerà la Chiesa; qui invece gli basta premere un dito su un tasto per mettere a tacere il predicatore. Noi uomini di Chiesa abbiamo paura di metterci – e più ancora di essere messi – in discussione, soprattutto quando si tratta di questioni scottanti del momento; tendiamo ad avere un’idea riduttiva del  pluralismo e del dialogo. Anche nel settore della comunicazione, credo che si debba dare più peso ai laici cattolici e, con il peso, dare loro anche una maggiore libertà. Il vantaggio unico che la televisione offre al Vangelo è che lo recapita, per così dire, a domicilio, lo porta in casa, così che può ascolta
rlo anche chi non metterebbe mai piede in una Chiesa.
Io ho avuto per anni tra gli ascoltatori più assidui un ex preside di liceo che si definiva non credente, almeno non credente secondo la Chiesa. Quasi dopo ogni trasmissione mi scriveva per contestare qualcosa che avevo detto, ma intanto era lì ogni sabato ad ascoltare. Nel libro Caro Padre, che ho ricordato poco fa, c’è anche qualcuna delle sue lettere.
Bisognerebbe avere fiducia più nella forza intrinseca della verità che nelle prudenze umane e nella diplomazia. Se c’è una cosa che il pubblico televisivo non sopporta, è vedere uno che non dice quello che pensa, ma quello che in qualche modo si sente obbligato a dire, non, s’intende, dalla sua fede (che sarebbe sacrosanto), ma dalle convenienze, dal timore di dispiacere a qualche superiore, insomma da mancanza di libertà. Questa schiettezza e capacità di mettersi a nudo è, a mio parere, una delle ragioni che spiegano lo straordinario impatto che ha papa Francesco sulle persone.

Qui l’originale

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