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Io sono solo il mio corpo?

© Pavel Ševela
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Molte volte adottiamo idee sul nostro corpo che non ci appartengono. Ci sono “altri” che scelgono e pensano per noi

Comprendere il nostro corpo nella sua totalità ci permette di incontrare noi stessi e gli altri.

Il modello del corpo che si ha oggi non coincide con quello di 30 anni fa. A partire dagli anni Ottanta, si è iniziato a elaborare un nuovo approccio al corpo, facendogli acquisire un ruolo preponderante nella dimensione sociale.

Il corpo esprime l'uomo e lo lega sia al mondo esterno che a quello interno.

La nostra corporeità si esprime mediante tre aree: quella socio-affettiva (sentire), quella cognitiva o riflessiva (pensare) e quella motrice (fare). Queste aree si manifestano sempre come un'unità. Non è possibile separarle.

In base a ciò che vogliamo esprimere, accentuiamo in forma più determinante un'area rispetto alle altre, ma le tre aree interagiscono sempre. I tre aspetti sono sviluppati e maturati fin dalla gestazione da fattori filogenetici, che sono ereditari (interni), e fattori ontogenetici, che sono culturali (esterni).

Negli ultimi decenni, sia la donna che l'uomo hanno generato e scoperto spazi nelle loro emozioni, nei loro pensieri e nelle loro azioni. La scoperta di questi spazi ha permesso alla donna di non essere identificata unicamente con la maternità o i compiti domestici, e all'uomo di non essere associato solo alla sua professionalità. Questo vincolo diverso ha permesso loro attraverso il movimento, insieme al sentimento e al pensiero, di produrre piacere, una maggiore conoscenza del corpo e il permesso di esibirlo.

In questo contesto, e come contraltare di questo vincolo, appare la cultura del consumismo che promuove la spersonalizzazione dell'idea corporale. Si è creata una cultura fisica massificata di bellezza. Si impone un'idea artificiale del corpo.

La corpolatria

Si tratta di un'idolatria del corpo, una concezione che tende a promuovere tutto mediante il corpo stesso e a sacrificare tutto per questo, anche la propria salute. Esiste un'uniformità nei gusti e ci sono raccomandazioni su “come” e a “chi” bisogna assomigliare. Molte volte adottiamo idee sul nostro corpo che non ci appartengono. Ci sono “altri” che scelgono e pensano per noi.

La sovrastimolazione dei sensi prodotta dalla pubblicità e dalla forte influenza di alcuni mezzi di comunicazione di massa alimenta le nostre fantasie corporali e sociali che, inevitabilmente, paragonano la nostra vita corporea con quello che viene pubblicizzato. Questa cultura consumista produce stereotipi e separazioni nel nostro sentire, pensare e fare. Il corpo diventa una sorta di deposito di desideri che ha bisogno di essere soddisfatto.

“La cultura edonista cerca il piacere istintivo o di servirsi dell'altro, ma non va incontro all'altro”, ha affermato l'andrologo Antonio Mancini. Stiamo trasformando “il piacere di vivere” in un “vivere per il piacere”.

La trappola affascinante del mondo è produrre offerte seducenti immaginarie, piene di speranze e promesse irraggiungibili, con gioie effimere e passeggere. Si scartano così le frustrazioni, il dolore e i limiti che la vita porta inevitabilmente con sé.

Nell'antichità, i greci riassumevano in una parola questo immaginario sociale: l'“ego”. Credere troppo a noi stessi. Ci dimostra che abbiamo sempre ragione e che sono gli altri che sbagliano. Nell'ego iniziano tutti gli attaccamenti: la dipendenza, il consumismo, l'assuefazione a un'idea, al totalitarismo.

Quando non esistono modelli referenziali di reciprocità, di principi, modelli in cui si coltiva e si esprime la cultura della condivisione, la cultura dell'empatia, la società inizia a produrre idoli. E gli idoli sono piccoli dei di creta.

Come uscire da questo dilemma e risvegliare l'io interiore? Qual è il filo conduttore della mia vita?

Non sarebbe possibile rispondere a queste domande senza pensare che il nostro corpo corrisponde a due nature: quella terrena e quella spirituale.

Chiara Lubich diceva che “il bisogno fondamentale di una persona è di essere riconosciuta nella propria identità unica e irripetibile, di non essere considerata un numero o un oggetto”. Quando fuggiamo da noi stessi, ci scolleghiamo dalla nostra natura spirituale. Quando ci scolleghiamo dalla fonte dell'amore, dalla nostra essenza, perdiamo la nostra integrità, la nostra identità, la nostra distinzione.

Se posso stare con me stesso posso vivere con gli altri. È necessario un cambiamento nel nostro spazio corporeo del sentire, del pensare e del fare. Cerchiamo e recuperiamo lo spazio che è dentro di noi. Non esiste nulla fuori che non sia in noi. Nel nostro mondo interiore troveremo questo spazio di “silenzio”.

“La bellezza è dentro di noi”, diceva Socrate. Nel nostro reincontrare la nostra essenza riscopriremo il significato della reciprocità, dell'empatia, il sapersi mettere nei panni dell'altro e fondamentalmente la scoperta della saggezza corporale, che è l'arte di saper portare “la testa al cuore”.

Vivendo reciprocamente la condivisione, sorgerà una comunicazione diversa tra le nostre culture corporee, tra il sentire, il pensare e il fare.

Le diverse culture corporee non si sommeranno per dare origine a una supercultura, né una annullerà l'altra, ma si integreranno in modo più profondo e scopriremo la bellezza in comune: la reciprocità e la fraternità.

Se nella vita di ogni persona vivono i valori umani, esistono le radici essenziali che possediamo. Saremo buoni figli, buoni genitori, buoni sposi. E se viviamo la Regola d'Oro Universale (fare agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi), allora avremo la qualità e la dignità di essere anche persone buone al di là della nostra professione di fede.

“Un bambino è educato se viene stimolato nell'anima e nel corpo”, dicevano gli antichi greci. Nell'epoca contemporanea, i loro discendenti sostengono che il segreto della cucina mediterranea sia “coltivare, cucinare e condividere”. Ci si riferisce al fatto che dopo aver seminato e preparato quanto si è coltivato, la cosa più importante è condividere con altri ciò che è stato elaborato con sforzo e amore.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]
 

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