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Siria, una guerra senza “buoni”

© Javier Manzano / AFP

Combates en el barrio de Karmel al-Jabl, en Aleppo (Siria)

Massimo Introvigne - La nuova Bussola quotidiana - pubblicato il 05/05/14

Intervista al prof. Sami Aoun, membro del Comitato consultivo sulla sicurezza nazionale del governo federale canadese

Il professor Sami Aoun, di origine libanese e cattolico maronita, è ordinario di Scienza politica applicata nell’Università di Sherbrooke, in Canada, membro del Comitato consultivo sulla sicurezza nazionale del governo federale canadese e del Comitato esecutivo del Consiglio delle Chiese per il Medio Oriente. È oratore, come me, al convegno internazionale «La Chiesa perseguitata oggi» organizzato al Santuario del Santissimo Sacramento di Montréal, in Canada, dal Servizio di Solidarietà Internazionale dei Padri Trinitari. È tra i principali osservatori accademici internazionali della situazione siriana. Gli ho rivolto alcune domande in un’intervista esclusiva per La Nuova Bussola Quotidiana.

Professore, anche in questo convegno sentiamo un certo numero di cristiani medio-orientali che, muovendo dalle innegabili e gravissime violenze dei ribelli contro le comunità cristiane in Siria, danno un giudizio positivo sull’attuale governo siriano. Che ne pensa?
La questione è molto complicata. Una risposta semplice è che in Siria il regime è fallito, come tutto il socialismo dirigista che nel mondo arabo ha cercato di imitare l’Unione Sovietica e che ultimamente non può sopravvivere per sempre alla caduta del Muro di Berlino. La visione socialista della famiglia Assad viene da un pensatore politico siriano cristiano, Michel Aflak (1910-1989), che poi si è convertito all’islam ma solo negli ultimi mesi di vita. Alla fine Aflak si è convinto che l’anima di un socialismo arabo poteva essere solo l’islam. Hafez al-Assad (1930-2000), il padre dell’attuale presidente, aveva il complesso di essere alauita – cioè parte di una minoranza considerata eretica dalla maggioranza degli altri musulmani – e anche, cosa che oggi si dimentica, di avere rappresentato all’inizio nel partito di Aflak una componente diffidente rispetto ai sovietici e perfino filo-americana. Per far dimenticare questo doppio peccato di origine, ha sempre cercato di tenersi buoni i musulmani sunniti ed è stato lui a iniziare un processo di islamizzazione culturale. Questa miscela di islamizzazione e di socialismo è fallita dovunque sia stata tentata. Non si può dunque dare un giudizio positivo sul regime degli Assad.

Se ne deve concludere che la primavera araba, almeno in Siria e forse anche altrove, è stata un fenomeno spontaneo e non un complotto dell’islam politico o di Paesi stranieri, come molti pensano?
So che alcuni in Occidente vorrebbero gettare le mie idee nel cestino dei rifiuti, ma per me, e lo dico da cristiano del Medio Oriente e da studioso di scienze sociali, è evidente che le primavere arabe – almeno in Egitto, in Tunisia e in Siria, perché la questione della Libia è molto diversa – non nascono originariamente da un complotto, ma da una vera crisi economica e di occupazione e da una vera domanda di libertà. Insisto però sull’avverbio "originariamente": questo succede nei primi mesi. Dopo, le primavere arabe sono state "recuperate" da altri e qui se vuole si può parlare di complotto».

Ma in Siria che cosa è davvero successo? La popolazione siriana, almeno quella musulmana sunnita maggioritaria, nella sua maggioranza è ostile al presidente Bashar al-Assad, come leggiamo su molti giornali occidentali, o invece continua a sostenerlo, come altri affermano?
Bashar al-Assad è stato, quando è arrivato al potere, l’uomo politico più popolare nella storia della Siria. Era un medico, era giovane e incarnava le speranze di cambiamento. Per alcuni mesi non ha reagito alle manifestazioni con la violenza, e molti pensavano che potesse governare lui la transizione e la riforma. Ma questa speranza è stata travolta dai falchi del suo regime, che hanno iniziato a fare dei morti nella repressione delle manifestazioni. La svolta secondo me è avvenuta quando un generale ha risposto, a microfoni aperti, alle donne che protestavano e manifestavano perché i loro mariti e figli erano stati uccisi dai militari: "Venite dai soldati, farete rapidamente degli altri figli". È un incidente poco conosciuto fuori della Siria, ma in Siria ha avuto un ruolo decisivo. Bashar al-Assad non ha avuto la forza di condannare questi generali perché sono l’anello di collegamento con l’alleato iraniano, che per lui è decisivo. Ma a questo punto si è legato mani e piedi agli iraniani e ha iniziato a fare una guerra per procura per conto dell’Iran. Considerato lo scontro sempre più forte fra sunniti e sciiti, che non è nato in Siria ma forzatamente ha riflessi anche lì, nella maggioranza siriana sunnita un presidente che appare troppo legato agli sciiti iraniani diventa rapidamente impopolare.

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conflittoguerra civilemedio orientesiria
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