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Il tatto

PHB.cz (Richard Semik)

Dimensione Speranza - pubblicato il 05/05/14

Ma è Osea il profeta del tatto, dell’infinita delicatezza di Dio: «Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio. […] Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli di amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (Os 11,1.3-4). Qui la pedagogia divina si esprime in tutte le modulazioni del tatto, da quella fisica, con le immagini – stupende nella loro quotidianità – del padre che amorevolmente si china sul figlio, a quella spirituale: «Essi non compresero che avevo cura di loro». Sì, perché il tatto è aver cura della persona amata, è sollecitudine amorosa.

Nel Cantico dei Cantici il tatto è carezza, bacio, amplesso, fremito, eros incandescente.

Nel Nuovo Testamento, il verbo ‘toccare’ ricorre più di trenta volte nei racconti di guarigione dei Sinottici. Gesù stende la mano e tocca un lebbroso: «E subito la sua lebbra scomparve» (Mt 8,1-4). Poi tocca la suocera di Pietro, che «giaceva a letto con la febbre»: ed essa «si alzò e si mise a servirlo» (Mt 8,14s.). Allo stesso modo, guarisce l’emorroissa, che aveva toccato il lembo del suo mantello: «La tua fede ti ha salvata. Va’ in pace» (Mc 5,25-34). Prende la mano della figlia di Giairo e dicendo «"Talità kum", che significa "Fanciulla, io ti dico, alzati! "», ridà la vita alla bambina (Mc 5,35-43). «Tutta la folla cercava di toccarlo», nota l’evangelista Luca (6,19), «perché da lui usciva una forza che sanava tutti».

Nei racconti di guarigione, il tatto si fa gesto sacramentale, segno di misericordia, di benevolenza, di tenerezza: testimonianza di ciò che i Padri della chiesa d’Oriente chiamano «divina filantropia», l’amore infinito di Dio per gli uomini. Ma c’è anche un toccare che è segno di poca fede, di incredulità, come nella scena del dubbio di Tommaso (Gv 20,24-29). Perché il tatto non sfugge alla regola degli altri sensi, al contraddittorio richiamo dell’alto e del basso, dello spirituale e del materiale, del cielo e della terra. Se è il più mistico dei sensi, il tatto è anche il più carnale. Nella conciliazione degli opposti (materia e spirito, sacro e profano) che è uno dei tratti distintivi del cristianesimo, nel paradosso di una fede che ama la terra e che guarda costantemente verso il cielo, sta anche il significato spirituale del tatto.Forse più degli altri sensi, esso rinvia alla nostra umanità e alla nostra finitezza, all’argilla o alla carne di cui siamo fatti. Umani, troppo umani, perché esseri dotati di tatto, capaci di s
offrire e di godere, al contrario delle fredde, asessuate creature di silicio, degli androidi e dei replicanti di tanti "racconti" di fantascienza.

I cristiani sanno che c’è un vangelo del tatto, così come c’è un vangelo delle mani, una buona novella che si traduce in atti, in segni, in opere, in gesti sacramentali: nella cura dei malati e dei sofferenti, nella difesa della pace e nella lotta per la giustizia. Al tatto, nel suo significato concreto e figurato, è affidata la testimonianza della carità: per infondere coraggio, per consolare e rincuorare.

2. Nella liturgia: il gesto della pace

La liturgia fa un uso sobrio del tatto. Pensiamo ad alcuni gesti: l’acqua che tocca il corpo del battezzato, le unzioni del battesimo, della confermazione, delle ordinazioni e dell’unzione dei malati. Sono gesti ministeriali: si riconosce al ministro della chiesa il diritto di toccare il corpo degli altri. Al tatto appartiene anche il gesto della pace, che si dà con l’abbraccio o stringendo la mano.

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bibbiaconoscenzadesiderioestasi mistica

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