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Caos ultrà allo stadio Olimpico: una questione di potere

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Emanuele D'Onofrio - Aleteia - pubblicato il 05/05/14

Carlo Nesti commenta i terribili fatti che hanno preceduto la finale di Coppa Italia

Il mondo ancora si interroga su quella carrellata di volti dei dirigenti dello sport e dello Stato italiano che osservano impotenti lo spettacolo paradossale che gli si poneva di fronte. Uomini delle autorità di polizia, calciatori del Napoli costretti ad un colloquio con i capi ultrà per discutere (accordarsi? chiedere il permesso?) la possibilità di scendere in campo dopo il ferimento di Ciro Esposito, tifoso del Napoli, fuori dallo stadio. Tutti i protagonisti nelle ultime ore hanno smentito questa “negoziazione” tra Stato e ultrà, ma le immagini restano e parlano chiaro, anche perché si uniscono al coro di altre già viste: ad esempio quasi dieci anni fa, quando gli ultrà decisero di non far disputare un derby di Roma, o a quelle di qualche mese fa, quando altri ultrà della Nocerina obbligarono i propri giocatori a tirarsi fuori da un Salernitana-Nocerina. Qualcosa non funziona, e da molti anni nella gestione del fenomeno tifo, se è vero, come è vero, che gli stadi si sono svuotati di famiglie. Per discutere di quello che è successo sabato, noi di Aleteia abbiamo intervistato Carlo Nesti, per molti anni popolare giornalista sportivo RAI e oggi libero professionista in altre reti e scrittore. A marzo scorso è uscito il suo ultimo libro, Il mio allenatore si chiama Gesù (ed. San Paolo).

Anche alla luce dei valori di cui parla nel libro, che cosa sta succedendo nel calcio italiano?

Nesti: Sabato ho avuto solo delle conferme. Purtroppo non è successo nulla di sorprendente. Si è avuta solo la conferma di un trend che va avanti nel nostro Paese da una vita. Bisogna considerare che il fenomeno ultrà, che fa parte del tifo organizzato, ha vissuto tre fasi distinte in Italia. All’inizio negli anni Sessanta era puro folklore, si trattava semplicemente della parte più colorata e passionale del tifo; poi negli anni Settanta, con gli anni di piombo, ha cominciato a vivere delle connotazioni diverse, anche di tipo ideologico e politico, e quindi lì l’ambiente ha cominciato a surriscaldarsi; ora siamo di fronte a quello che è diventato un vero e proprio “mestiere” dell’ultrà, nel senso che il mondo ultrà è diventato una sorta di partito trasversale che attraversa le varie tifoserie ormai. Esistono ancora gli scontri tra le tifoserie, ma oramai la gran parte del fenomeno è rappresentata dallo scontro tra il mondo ultrà compatto, molto spesso solidale nel teppismo, contro ciò che rappresenta le istituzioni, e quindi naturalmente contro le forze dell’ordine. Un attacco o con caratteristiche anarcoiche, o con caratteristiche ideologiche, perché sappiamo perfettamente che nelle curve l’estrema destra e l’estrema sinistra, che viceversa negli altri strati del Paese tendono molto a scemare, esistono e come. Quando ho cominciato questo mestiere alla metà degli anni Settanta si parlava ancora di “sparute minoranze”, questo era il termine che veniva usato. Ora le “sparute minoranze sono un esercito che ha toccato le 90.000 persone (fino a sette anni fa si parlava di 45.000), con ben 5.000 DASPO che sono stati rifilati dopo l’omicidio dell’ispettore Raciti, ma che non sono bastati, perché non ci sono controlli adeguati, e molte persone soggette a DASPO in realtà sono a piede libero e continuano a frequentare gli stadi.

Non pensa che le norme degli ultimi anni abbiano allontanato le famiglie dagli stadi, trasformando questi ultimi in arene di confronto fra ultrà e polizia?

Nesti: Assolutamente sì. Ieri il presidente della Federcalcio Abete ha detto, e lo posso capire, che il calcio è vittima di questo fenomeno. In realtà è vittima ed è carnefice, perché il calcio stesso ha allevato questo “mostro”, o in maniera attiva, con connivenze molto precise che durano da anni tra le società e gli ultrà, oppure passivamente, con il ricatto, nel senso che queste persone hanno assunto un potere tale – prima semplicemente per avere biglietti gratis, poi per ben altro – che hanno cominciato a ricattare e spaventare i dirigenti. Voglio ricordare il 1985: io ero purtroppo all’Heysel quella sera. Il paradosso è che dal 1985 la grande occasione di affrontare in maniera seria il fenomeno è stata sfruttata non da chi quella sera fu vittima, ma proprio da coloro che avevano il mostro in casa, cioè gli inglesi. Loro ce l’hanno fatta, noi invece, per 22 anni, cioè fino al 2 febbraio 2007, il giorno dell’omicidio dell’ispettore Raciti, non abbiamo fatto assolutamente niente. Abbiamo finto di affrontare il problema riempendoci la bocca, scandalizzandoci per qualche giorno ogni volta che succedeva qualcosa, anche dei morti, ma in concreto facendo nulla. Dal 2007 il fenomeno è stato affrontato dallo Stato in maniera molto seria. Ma è successo, purtroppo all’italiana, che le norme che sono state varate alla fine sono state nocive esclusivamente per la parte sana del tifo, ad esempio, complicando in una maniera quasi diabolica l’accesso agli stadi. Noi infatti abbiamo dei tifosi pacifici che vorrebbero entrare negli stadi all’ultimo momento e non lo possono più fare perché lo stadio praticamente è militarizzato, perché bisogna fare lunghissime code in biglietterie che una volta erano a decine mentre oggi, se c’è, n’è rimasta una, perché bisogna assicurarsi del biglietto prima. Si è creata la tessera del tifoso che sicuramente non ha avuto l’esito sperato. E poi consideriamo che comunque le norme ci sono, ma non vengono applicate. Noi continuiamo a vedere in tutti gli stadi, e all’Olimpico sabato sera in questo senso c’è stato il “carnevale di Rio”, di tutto. Altro che i petardi che non dovrebbero entrare. Entrano addirittura le bombe carta!

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calciosport
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