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La speranza e la sofferenza

© Adi Al Ghanem
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Attraverso il linguaggio e nel linguaggio, l'immaginario resta disperato. Ma proprio in questa disperazione, che impedisce all'immagine di chiudersi su se stessa in uno sdoppiamento vano e sterile abita la speranza umana...

di Denis Vasse *

«Attraverso il linguaggio e nel linguaggio, l’immaginario resta disperato. Ma proprio in questa disperazione, che impedisce all’immagine di chiudersi su se stessa in uno sdoppiamento vano e sterile abita la speranza umana. Perché parla, l’uomo non è identificabile in verità né con l’immagine di se stesso, né con il baratro di una realtà che non avrebbe nessun rapporto con lui. La parola testimonia che qualcosa in lui parla di un Altro; e che questo atto simbolico, questo incontro, gli dà un volto e un nome. In questo dono riconosciuto egli viene liberato dal mimetismo idolatrico, come pure dalla paura e dalla vertigine di fronte all’inimmaginabile. Dal silenzio da cui esce, la parola si annuncia in un sorriso, quello del volto di un bambino. E quando il volto si spegne, essa richiama ad altri i meandri di una storia, quella dell’uomo e degli uomini dove già parlava dell’Altro.

L’Altro, allora, non indica soltanto la situazione di una pura istanza logica che autorizzerebbe il vano funzionamento dell’essere umano per se stesso: ecco la speranza, di cui la sola operazione della struttura logica non rende ragione. La speranza è quindi uno degli effetti sine qua non della parola nel mondo. Senza di essa, la parola muore nel discorso. Gridare, parlare, testimonia la speranza che qualcuno mi può intendere lì dove ‘io’ veramente mi trovo, e non dove penso di essere.

Nell’atto del parlare, la dimensione dell’impossibile sostiene quella della speranza. L’impossibile reale pone un alt invalicabile all’immaginario e getta il fondamento di una speranza di incontro la cui iniziativa viene dall’Altro».

 

* Gesuita, è psicanalista e scrittore.

qui l’articolo originale

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