Ricevi Aleteia tutti i giorni
Iscriviti alla newsletter di Aleteia, il meglio dei nostri articoli gratis ogni giorno
Iscriviti!

Non vuoi fare nessuna donazione?

Ecco 5 modi per aiutare Aleteia

  1. Prega per il nostro team e per il successo della nostra missione
  2. Parla di Aleteia nella tua parrocchia
  3. Condividi i contenuti di Aleteia con amici e familiari
  4. Disattiva il tuo AdBlock quando navighi nel nostro portale
  5. Iscriviti alla nostra Newsletter gratuita e non smettere mai di leggerci

Grazie!
Il team di Aleteia

iscriviti

Aleteia

Nove modi per non parlare di Dio

R.Panikkar
Remise de diplôme à Raimon Panikkar Alemany, au cours de la session académique solennelle de son investiture, en qualité de Docteur Honoris Causa de l’Université de Girona, présentée par le Professeur Joseph-Maria Terricabras, parrain du nouveau docteur.
Condividi

Raimon Panikkar ha una idea precisa non di ciò che è Dio è, ma di ciò che Dio non è. Tuttavia anche quest'idea cade sotto la sua stessa critica

di Raimon Panikkar

Scopo dei seguenti nove punti è di contribuire a risolvere un conflitto che lacera molti dei nostri contemporanei. Sembra infatti che molte persone non riescano a risolvere il seguente dilemma: se credere in una caricatura di Dio che altro non è se non una proiezione dei nostri desideri insoddisfatti o non credere assolutamente in nulla e, di conseguenza, nemmeno in se stessi.

A partire almeno da Parmenide in poi, la maggior parte della cultura occidentale si è centrata sull’esperienza-limite dell’Essere e della Pienezza. Una larga parte della cultura orientale, invece, almeno a partire dalle Upanishad, si è centrata sulla coscienza-limite del Nulla e della vacuità. La prima è attratta dal mondo delle cose, in quanto rivelano la trascendenza della Realtà, mentre la seconda è attratta dal mondo del soggetto conoscente, che ci rivela l’impermanenza di quella stessa Realtà. Entrambe si preoccupano di ciò che è "ultimo", ossia di ciò cui molte tradizioni hanno dato il nome di Dio. Le nove brevi riflessioni che vi sottopongo non dicono nulla di Dio.

Spero con esse, invece, di indicare le circostanze in cui il discorso su Dio può essere adeguato e mostrarsi fruttuoso, anche solo per vivere le nostre vite più pienamente e liberamente. Non le offro come una scusa, ma forse come la più profonda intuizione: non si può parlare di Dio così come si parla delle altre cose.

È importante considerare il fatto che la maggior parte delle tradizioni umane parlano di Dio al vocativo. Dio è un’invocazione. La mia novemplice riflessione è uno sforzo per formulare nove punti che, mi sembra, dovrebbero essere accettati come la base di un dialogo che la conversazione umana non può più a lungo reprimere, a meno che non accettiamo di essere ridotti ad essere null’altro che robot completamente programmati. A ogni punto ho aggiunto poche frasi, concludendo con una citazione cristiana come esempio.

1. Non si può parlare di Dio senza aver prima raggiunto il silenzio interiore.

Proprio come è necessario fare uso di una macchina Geiger e di matrici matematiche per poter parlare di elettroni con cognizione di causa, così abbiamo bisogno di una purezza di cuore che ci consenta di ascoltare la Realtà senza alcuna interferenza autoriferita. Senza un tale silenzio dei processi mentali non si può elaborare alcun discorso su Dio che non sia riducibile a estrapolazioni mentali.

Questa purezza di cuore è equivalente a ciò che altre tradizioni chiamano Vacuità, ossia il conservarsi aperti alla Realtà, senza preoccupazioni pragmatiche né aspettative da un lato né risentimento o idee preconcette dall’altro. Senza una tale condizione, stiamo solo proiettando le nostre preoccupazioni, buone o cattive che siano. Se cerchiamo Dio per far uso del divino a qualche scopo, stiamo sovvertendo l’ordine della Realtà.

«Tu invece, – dice il Vangelo – quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto» (Mt 6, 6). 

2. Parlare di Dio è un discorso sui generis.

È radicalmente diverso da ogni altro discorso che riguardi ogni altra cosa, perché Dio non è una cosa. Rendere Dio una cosa vuol dire farne un idolo, anche soltanto un idolo della mente.

Se Dio fosse semplicemente una cosa, nascosta o superiore, una proiezione del nostro pensiero, non sarebbe necessario dargli un tale nome. Sarebbe più corretto parlare di un super-uomo, di una super-causa, di una meta-energia o meta-pensiero, non sarebbe necessario chiamarlo Dio. Non sarebbe necessario, allo scopo di immaginare un architetto molto intelligente o un ingegnere estremamente potente usare il termine Dio; sarebbe sufficiente parlare di un super-sconosciuto che sta dietro le cose e che non siamo giunti a conoscere completamente. Questo è il Dio delle lacune, le cui ritirate strategiche ci sono state rivelate nel corso degli ultimi tre secoli. 

Pagine: 1 2 3

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni
I lettori come te contribuiscono alla missione di Aleteia.

Fin dall'inizio della nostra attività nel 2012, i lettori di Aleteia sono aumentati rapidamente in tutto il mondo. La nostra équipe è impegnata nella missione di offrire articoli che arricchiscano, ispirino e nutrano la via cattolica. Per questo vogliamo che i nostri articoli siano di libero accesso per tutti, ma per farlo abbiamo bisogno del vostro aiuto. Il giornalismo di qualità ha un costo (più di quello che può coprire la vendita della pubblicità su Aleteia). Per questo, i lettori come TE sono fondamentali, anche se donano appena 3 dollari al mese.