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La legittima difesa e il rispetto per l’aggressore

Johns Creek / Flickr / CC

padre Angelo Bellon, o.p. - Amici Domenicani - pubblicato il 30/04/14

Catechismo Chiesa cattolica: “la legittima difesa può essere non soltanto un diritto, ma un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri, del bene comune della famiglia o della comunità civile”

Quesito

Gentile Padre Angelo,
sto leggendo con interesse le sue risposte sulla rubrica e mi complimento per la loro esaustività. Piacerebbe anche a me porle un quesito. Si sente spesso parlare dalla Chiesa di vita umana come valore assoluto. Però come conciliare il valore assoluto della vita con la legittima difesa nel caso in cui si è coscienti che per salvarsi è necessario dare un colpo mortale e lo si compie? Allora non diventa anche la vita un valore relativo? La vita di un innocente diventa più importante della vita di un colpevole? Il valore della vita umana diventa relativo a parametri esterni (innocenza e colpevolezza)… Confido in una risposta che mi sappia togliere il dubbio, l’argomento mi ha un po’ messo in crisi…


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. ti ringrazio anzitutto per l’apprezzamento del nostro sito. Venendo adesso al tuo problema, va detto che la Chiesa non dice che è bene uccidere il colpevole durante l’aggressione. Il problema della legittima difesa va posto diversamente, perché l’uccisione dell’aggressore non è un atto volontario o, per meglio dire, un volontario diretto. Se si trattasse di questo ci troveremmo di fronte ad un omicidio bello e buono. Ci troviamo invece di fronte ad un atto in cui uno doverosamente deve difendere se stesso. Ognuno di noi, come è tenuto a conservarsi in vita e a curare la propria salute, così deve difendere se stesso e gli altri da eventuali aggressori.
L’intenzione dell’aggredito non è pertanto quella di uccidere una persona, ma semplicemente quella di difendere se stesso. E può succedere che l’aggressore sia così agguerrito che l’unica strada per impedirgli di compiere il male (ad esempio l’uccisione di un’intera scolaresca) è quella di fermarlo con i mezzi estremi.

La teologia e il buon senso hanno sempre affermato che “in extremis, extrema sunt tentanda” (nei casi estremi si deve ricorrere a mezzi estremi). Ma va ricordato che “l’estremità del mezzo usato” è stata praticamente voluta dall’aggressore, non dall’aggredito. Come vedi, qui non è in gioco la questione se una vita valga più di un’altra, ma se uno abbia il dovere di difendere se stesso. Questo dovere c’è e di esso si deve rendere conto a Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice che “la legittima difesa può essere non soltanto un diritto, ma un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri, del bene comune della famiglia o della comunità civile” (CCC, 2265).

2. Ti riporto la risposta data ad un nostro visitatore il quale asseriva che la Chiesa insegna che è lecito uccidere per autodifesa. Rispondevo: “L’uccisione diretta del prossimo non è mai lecita, neanche per i più nobili motivi. Se si invocasse il principio che il fine giustifica i mezzi (nel nostro caso, la conservazione di sé giustificherebbe l’uccisione del prossimo) va a rotoli tutta la morale. Ognuno si costruirebbe la propria morale e non potrebbe essere giudicato da nessun altro, neanche in tribunale. Ciò che invece è lecito e anche doveroso è la difesa di se stessi contro l’ingiusto aggressore. Qui l’intervento non è mirato all’uccisione dell’aggressore, ma alla difesa di se stessi. E in primis si cerca in tutti i modi di fermare l’aggressore o di neutralizzare ogni sua azione. Se poi questi persiste nell’aggressione, da se stesso si mette nell’occasione di essere ucciso. Ma anche qui l’azione di chi si difende mira principalmente alla tutela di se stesso e non all’uccisione dell’aggressore.

San Tommaso d’Aquino, e con lui la teologia cattolica, giustifica l’uccisione dell’aggressore in base ad un’azione buona (la difesa di se stessi) che comporta due effetti: la difesa di se stessi e l’uccisione dell’aggressore. Ma questo effetto negativo non lo si vuole. Lo si tollera come conseguenza inevitabile di un’azione di suo buona e alla quale si è costretti non dalla propria volontà ma dalla volontà dell’aggressore”.

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