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La grande presa di posizione del movimento pro-life europeo

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Aleteia - pubblicato il 30/04/14

La più grande petizione europea di tutti i tempi chiede la fine del finanziamento della distruzione di embrioni. L'UE ascolterà?

La Commissione Europea deve decidere prima del 28 maggio come intende agire riguardo alla richiesta dell’iniziativa dei cittadini europei “Uno di noi” di introdurre nella regolamentazione europea una clausola etica che escluda esplicitamente l’Unione Europea dal finanziamento di qualsiasi attività che distrugge o implichi la distruzione della vita umana allo stadio embrionale e fetale. Ciò si applica in particolare al finanziamento europeo per la ricerca che implica la distruzione di embrioni umani e al finanziamento di aborti nel contesto degli aiuti ai Paesi in via di sviluppo.

L’iniziativa dei cittadini europei è un meccanismo di democrazia partecipativa introdotto dal Trattato di Lisbona, e permette a un milione di cittadini europei di sottoporre un progetto politico o legislativo alle istituzioni europee. Riguarda la condivisione con i cittadini, a certe condizioni, del potere di iniziativa legislativa inizialmente assegnato in modo esclusivo alla Commissione Europea.

“Uno di noi” ha raccolto quasi due milioni di firme in un anno, diventando la più ampia petizione nella storia delle istituzioni europee. La Commissione e il Parlamento Europeo hanno ascoltato i rappresentanti dell’iniziativa il 9 e il 10 aprile per aiutare la Commissione nella sua decisione di avviare un’azione politica o legislativa al riguardo.

Queste audizioni hanno dato ai rappresentanti dell’iniziativa l’opportunità di spiegare pubblicamente la propria posizione e di rivelare le contraddizioni della politica europea in questo campo.

L’iniziativa si basa sul dato scientifico per cui ogni vita individuale è un continuum ininterrotto dal concepimento alla morte. È la testimonianza pubblica della coscienza di milioni di cittadini europei che riconoscono l’umanità e l’individualità in ogni essere umano dal concepimento e richiedono all’UE, nei limiti del suo potere, di rispettare la vita fin dal concepimento. Nella ricerca, nell’industria o nello sviluppo, non si può compiere alcun progresso sulla base della negazione, dello sfruttamento e della distruzione dell’umanità all’inizio dell’esistenza.

Questa iniziativa è compatibile con il diritto europeo che riconosce la dignità umana dei concepiti. La Commissione ha anche ricordato che è in ordine al rispetto di questa dignità che rifiuta di finanziare la distruzione di embrioni e di finanziare o promuovere l’aborto.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha dichiarato nel caso Brüstle contro Greenpeace (2011) che l’embrione umano esiste fin dal concepimento ed è dotato di dignità umana, e ha concluso che non possiamo trarre benefici dalla sua distruzione.

Ad ogni modo, malgrado questo riconoscimento dell’umanità e della dignità dei concepiti, l’UE finanzia pratiche biotecnologiche che implicano la distruzione di embrioni. Finanzia anche l’aborto nei Paesi in via di sviluppo, anche dove è proibito, attraverso organizzazioni come IPPF e MSI. (Cfr. il rapporto 2012 dello European Dignity Watch The Funding of Abortion through EUDevelopment Aid).

In termini di principio, la Commissione è messa di fronte a una doppia contraddizione. Finanzia pratiche che il diritto europeo giudica contrarie alla dignità umana e sostiene, in modo sia attivo che più discreto, politiche abortive nei Paesi poveri in nome di un concetto di sviluppo basato sul controllo della popolazione. L’iniziativa “Uno di noi” è un appello all’UE perché sia coerente con il rispetto che professa per la dignità umana.

Sono queste le pratiche che i due milioni di firme di “Uno di noi” chiedono di fermare.

La richiesta è ulteriormente giustificata nella pratica perché la ricerca sulle cellule staminali embrionali è superata dalle cellule staminali pluripotente indotte (IPS) scoperte dal professor Yamanaka, Premio Nobel nel 2012. Come risultato, gli investimenti privati nella ricerca sulle cellule staminali embrionali stanno collassando (cfr. ad esempio il rapporto dello Charlotte Lozier Institute
Maryland Joins the Trend for Ethical Stem Cell Research, ottobre 2013).

Quanto all’aborto, la sua legalizzazione e la sua promozione non promuovono la salute materna. Al contrario, anche nei Paesi industrializzati è una causa di mortalità materna. Gli aborti, legali o no, oltre ad uccidere un essere umano comportano seri rischi a livello di salute fisica e psicologica e contribuiscono alla mortalità materna. I Paesi che applicano restrizioni all’aborto hanno tassi di mortalità materna inferiore a quelli dei Paesi che facilitano l’accesso a questa pratica. In Europa, la Polonia e l’Irlanda hanno i tassi di mortalità materna più bassi. In America Latina, il Cile ha un tasso di mortalità materna 30 volte inferiore a quello della Guyana, dove l’aborto è stato permesso senza restrizioni nel 1995. Il Nepal, dove non si applicano restrizioni all’aborto, ha il tasso di mortalità materna più alto del sud-est asiatico, mentre lo Sri Lanka, dove il tasso di mortalità materna è 14 volte inferiore a quello nepalese, ha leggi sull’aborto tra le più restrittive al mondo. Dopo che il Cile ha bandito l’aborto nel 1989, il suo tasso di mortalità materna si è ridotto in modo significativo (cfr. E. Koch et al. (2012), Women’s Education Level, Maternal Health Facilities, Abortion Legislation and Maternal Deaths: A Natural Experiment in Chile from 1957 to 2007).

La gran parte dei casi di mortalità materna è dovuta alla mancanza di assistenza sanitaria di base. Anche se a volte è necessario far nascere prima un bambino per salvare la vita della madre, con la conseguenza di una nascita prematura di un bambino che potrebbe non sopravvivere, non è mai necessario uccidere deliberatamente un bambino per salvare la vita della madre. La maggior parte dei casi di mortalità materna può essere prevenuta con un’alimentazione adeguata, assistenti alla nascita preparati e cure di base prima, durante e dopo il parto. Lo sforzo di ridurre la mortalità materna non dovrebbe usare risorse limitate per legalizzare, promuovere o estendere l’accesso all’aborto.

L’iniziativa “Uno di noi” mette anche la Commissione Europea di fronte a una sfida democratica: rispettare la democrazia partecipativa condividendo il potere di iniziativa.

Il meccanismo dell’iniziativa mira a far partecipare i cittadini UE alla democrazia e a rafforzare la legittimità democratica. Per la credibilità delle istituzioni europee è fondamentale che le aspettative nei confronti di questo strumento non vengano deluse.

La proposta legislativa “Uno di noi”, in termini sia di forma che di contenuto, è già stata convalidata dalla Commissione Europea. Nessun ostacolo pratico o background può giustificare un rifiuto della Commissione di includere questa proposta nel processo legislativo europeo.

Non è più la Commissione a stimare l’opportunità politica di un’iniziativa di cittadini, visto che è dimostrata dal sostegno popolare. Alla Commissione spetta solo di considerare il successo dell’iniziativa e di sottometterla al prossimo Parlamento e Consiglio responsabili dei poteri legislativi nell’UE. Spetta a loro discutere e votare la richiesta di “Uno di noi”.

Un rifiuto da parte della Commissione sarebbe arbitrario e distruggerebbe la credibilità del meccani
smo di iniziativa dei cittadini, così come indebolirebbe ulteriormente la legittimità democratica delle istituzioni europee.

Se invece la Commissione rispetterà lo spirito del Trattato e inoltrerà l’iniziativa al Parlamento e al Consiglio, sarà un vero passo avanti per la democrazia europea e un’opportunità per l’Europa per diventare più consapevole dell’umanità di ogni vita umana fin dal concepimento, e del rispetto che merita. Un doppio progresso essenziale.

Grégor Puppinck è un rappresentante dell’iniziativa dei cittadini europei “Uno di noi”.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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