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Il maggior problema dell’uomo contemporaneo: la noia

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© Robcartorres/SHUTTERSTOCK

Marcelo López Cambronero - Aleteia - pubblicato il 30/04/14

Voglio libertà per costruire me stesso, il mio svago, i miei gusti, niente impegni... e ora che faccio, e per cosa vivo?

Ci troviamo in un momento della storia in cui la politica ha finito per assumere come uno dei propri compiti fondamentali la gestione del desiderio o, che è lo stesso, del senso della vita. Se dovessimo spiegare quale sia la funzione più importante dello Stato contemporaneo, ci verrebbe forse in mente la sicurezza pubblica, o anche il bene comune, ma – siamo seri – ciò che vogliamo davvero è che i politici si preoccupino di assicurarci del tempo e, con esso, occupazioni interessanti a cui dedicarlo. La missione primordiale dello Stato è l’amministrazione del tempo: della vita, perché cos’è la vita se non il tempo e ciò che ne facciamo, o ciò che ci avviene all’interno di questo?

Per gli antichi la libertà consisteva nella partecipazione alle decisioni della città. L’uomo libero era quello che occupava il proprio posto nell’assemblea e discuteva delle cose comuni, contribuendo a determinarle con il proprio voto. Bisogna dire che a quei tempi remoti in cui si è costruita la democrazia ateniese, le cose comuni erano più o meno il tutto, visto che poco, o molto poco, restava fuori dal potere categorico del popolo sovrano. Le cose comuni, la comunità, non erano un ambito in cui entrasse troppa determinazione soggettiva. Piuttosto, erano quello che veniva dato, la struttura vitale organizzata in cui ciascuno era collocato in modo concreto, per quanto potesse pesargli. Così, solo per il fatto di essere nato in questa o in quella famiglia, in certe condizioni o in altre, veniva assegnato il destino che ciascuno doveva compiere, inesorabilmente, se riusciva ad essere all’altezza di ciò che gli veniva chiesto. Vivere consisteva nell’occupare il posto che spettava nella famiglia, visto che il soggetto era, innanzitutto e soprattutto, un nodo di relazioni comunitarie.

E tuttavia, come ha già segnalato Benjamin Constant nel suo famoso discorso “Discorso sulla libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni”, noi che oggi calpestiamo la terra con le nostre scarpe di pelle sintetica optiamo con tutta chiarezza per assumere come vita libera solo quella sottomessa alle nostre preferenze soggettive. Vogliamo essere padroni della nostra vita configurandola a nostro capriccio, e non doverci far carico di un io del quale è stato deciso il percorso ancor prima di poterlo prendere in considerazione.

Ciò vuol dire in primo luogo che ciascuno vuole determinare il senso del proprio futuro, e ha bisogno di prendersi il tempo sufficiente per costruire questo io originale e autentico. Intendiamoci: quando il destino coincideva con l’origine (con la genealogia), l’uso del tempo segnava un sentiero unico e logoro. Quando la risposta al cosa fare non ha altra origine che la mia creatività storica e socialmente collocata, ci sono ostacoli, difficoltà, limitazioni, ma ciò che manca è una via.

Per questo motivo è stato necessario, per cominciare, ridurre drasticamente la giornata lavorativa, di modo che si potesse godere del resto della vita e farlo anche in determinate condizioni. Quest’ultimo aspetto ha presupposto che volessimo eliminare tutto ciò che significava un’“occupazione esterna ed eteronoma” del nostro tempo: così i figli, le cui necessità tendono a imporsi sui nostri desideri senza compassione né misura, e allo stesso modo la cura degli anziani e anche la vita di coppia, che ha potuto arrivare a rappresentare un serio ostacolo alla costruzione del mio io, perché occupa troppo tempo.

Da questa prospettiva, va detto che la rivoluzione industriale, quella tecnologica e anche quella tecnica applicata alla regolamentazione della sessualità non sono altro che conquiste di tempo, strategie trionfatrici per i nuovi esseri umani, accaparratrici di anni messi a loro disposizione. Tesorizziamo minuti come i ricchi avari tesorizzano montagne di denaro inerte, e come loro lottiamo per essere quelli che hanno più tempo di tutto il cimitero.

Quello che non si poteva immaginare era che sarebbe giunto un momento in cui senza figli, senza partner (almeno stabile, impegnato nel nostro tempo e noi con il suo) e senza comunità oggettiva avremmo raggiunto quote di possesso di tempo tale da non sapere cosa farne, e questo è un grave problema. Già i primi naviganti che esploravano le calotte polari sapevano che, nel caso di vedersi costretti a ibernare, il maggior nemico, più terribile del freddo intenso, della fame, della malattia o degli orsi polari, era la noia. Una ciurma annoiata sarebbe presto sprofondata nella tristezza e nella disperazione, arrivando ad assassinarsi a vicenda trascinata da una noncuranza omicida.

Per questo esigiamo ora dallo Stato, che negli ultimi secoli si è sforzato enormemente di dotarci di più anni, mesi e settimane, che ci aiuti a rendere il tempo tollerabile. Più che di pane e sale, abbiamo bisogno che ci offra intrattenimenti vari con cui “ammazzare il tempo”, che ci diventa insopportabile e minaccia di coprire la nostra vita con un mare di noia. Perché la noia, come il mare, cresce e ci affoga nella sua estensione infinitamente ripetuta.

La risposta dello Stato è stata trasformare il tempo in consumo, il che vuol dire, tutto sommato, che la proposta politica sul tempo è giocare con esso come a nascondino, fuggire da lui, che equivale a farlo dalla propria vita, visto che consiste semplicemente di tempo.

Dobbiamo consumare il tempo, dobbiamo liberarcene e per questo abbiamo bisogno di denaro. Così ci impegniamo a spendere il tempo per guadagnare il denaro che impiegheremo per spendere il tempo, in un loop interminabile e assurdo. Chi dirà alla donna e all’uomo di oggi che c’è un solo modo di non perdere il tempo e che consiste nel darlo? Forse non è quello che fanno coloro che trasformano il tempo in crescita personale, studiando e sviluppandosi per poter offrire ad altri un tempo sostanzioso e pieno di valore, ovvero un’esperienza soppesata e onesta?

Perso il perché della vita, corriamo davanti ad essa come un gatto al quale uno zoticone abbia legato una lattina alla coda. Questo io scomparso, che si affretta sempre ad andare un passo davanti a noi e non si lascia raggiungere, si porta dietro il senso dell’esistenza. Non sappiamo chi siamo e non sappiamo perché siamo. Senza qualcuno a cui donarci, senza sentire che siamo qualcosa che vale la pena che un altro riceva, tutti i secondi che si sono ammonticchiati alla porta di casa nostra sono denti di piombo che ci tagliano la carne con il loro grido acuto: “C’è qualcuno che ama la vita e desidera giorni felici?”.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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