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Wojtyla e Roncalli: i due santi “conciliari”

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Emanuele D'Onofrio - Aleteia - pubblicato il 29/04/14

Roberto Rusconi esplora nel suo ultimo libro il significato storico e politico delle due canonizzazioni di domenica scorsa.

Nel prisma dalle mille facce che è stato l’evento unico e mondiale della canonizzazione di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II, molto si è detto di quelle legate ad aspetti liturgici, pastorali, perfino simbolici. Non c’è dubbio, tuttavia, che i processi che hanno portato a quel risultato investano territori disseminati di ragioni e di conseguenze storiche e politiche. In particolare, ci si è chiesto, cosa accomuna queste due figure, tanto lontane per provenienza e tanto vicine per punto di arrivo? Per dare una risposta Roberto Rusconi, ordinario di Storia del Cristianesimo presso l’Università di Roma Tre, nel suo ultimo libro I papi santi. Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II (Morcelliana) ha ripercorso la storia della Chiesa, “durante i quali la fama di santità dei papi è stata declinata in molteplici maniere: di volta in volta, certamente riflesso della loro personalità, ma anche dell’immagine che si voleva dare all’epoca del riconoscimento vuoi alla loro figura individuale, vuoi al loro operato di pontefici”. Noi di Aleteia abbiamo incontrato il Prof. Rusconi per chiedergli di offrirci qualche riflessione.

Come giudica i due processi che si sono conclusi con le due canonizzazioni di domenica scorsa?

Rusconi: La prima cosa che dobbiamo sottolineare è che non abbiamo accesso agli atti dei processi. Accattoli sul Corriere della Sera scrivendo di una deposizione del Cardinale Martini sul processo di beatificazione di Wojtyla ha citato dati che non sono ancora disponibili. Il problema è che l’accesso ai dati negli atti della Congregazione per le Cause dei Santi non è facilissimo, e a volte incontra ostacoli procedurali. Per questo, lo storico è costretto a procedere “sottobanco”, una cosa che non è simpatica, o ad andare per deduzioni. Ma diciamo così: di beatificare e canonizzare Giovanni Paolo II c’è stata davvero molta fretta. Formalmente la procedura è stata rispettata, e questo l’avevano detto fin dall’inizio: “faremo presto e rispetteremo le regole”. Però di fatto si è impressa una velocità inconsueta per una scelta che possiamo definire, in senso lato, politica. Oggettivamente, le procedure nel caso degli altri papi sono state ben più lunghe. Si è voluto canonizzare a tutti i costi questo papa. Secondo me Bergoglio non si poteva sottrarre, la macchina era lanciata a tutta velocità. Addirittura – anche se non sono riuscito a trovare la fonte di questa informazione – pare secondo qualcuno abbia provato a convincere Ratzinger a firmare il decreto prima del 28 febbraio. Questo dà l’idea dell’idea di voler creare il fatto compiuto. Il papa polacco andava canonizzato a tutti i costi.

Perché il percorso per questi due papi si è concluso prima di quello di altri?

Rusconi: Sulla strada di Pio IX, per noi che siamo cittadini della Repubblica italiana – almeno finché esiste – c’è il problema dell’ostacolo posto all’Unità d’Italia. Non possiamo far finta di nulla, alcune persone non hanno il senso delle proporzioni quando ci provano. Io su questo ricordo ogni volta che nel 1970, quando ci fu l’anniversario della Breccia di Porta Pia Paolo VI, che infatti i tradizionalisti non amano, dichiarò che quello era stato un evento provvidenziale. Lei pensi se ci fosse ora uno Stato della Chiesa, con il papa che ha a che fare con Landini o con la Camusso. Ci pensa, a cosa sarebbe? Beh, è stato davvero provvidenziale l’avere tolto di mezzo un orpello di carattere storico. E per Pio XII, sa, i pareri sono molti divisi, e davvero inconciliabili: ma di certo il problema della Shoa non è di per sé una cosa insignificante. Al di là del fatto che ci siano meriti o demeriti, il problema c’è.

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