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Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, i “fermalibri” gemelli del Vaticano II

Tiziana Fabi AFP

George Weigel - Aleteia - pubblicato il 28/04/14

Due discepoli cristiani radicalmente convertiti e modellati da un unico Concilio

La decisione coraggiosa di papa Francesco di canonizzare il beato Giovanni XXIII senza l’usuale miracolo post-beatificazione e di collegare la cerimonia di canonizzazione del “papa buono” a quella del beato Giovanni Paolo II potrebbe aiutare a riorientare il pensiero cattolico sulla storia cattolica moderna, perché ciò che credo Francesco stia suggerendo è che Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II sono i “fermalibri” gemelli del Concilio Vaticano II – e per questo dovevano essere canonizzati insieme.

Il 25 gennaio 1959, meno di tre mesi dopo la sua elezione, Giovanni XXIII sorprese il mondo cattolico annunciando che avrebbe convocato il XXI concilio ecumenico nella storia. Secondo alcuni pensatori cattolici, l’insegnamento del Vaticano I per cui il vescovo di Roma godeva di un carisma di infallibilità in circostanze definite in modo dettagliato aveva reso superflui i concili futuri. Concili generali o ecumenici erano stati convocati in precedenza per risolvere questioni dottrinali controverse; il papa poteva ora occuparsi di ciò che lo riguardava, e quindi niente più concili.

Giovanni XXIII non era d’accordo. Il suo concilio celebrava e riaffermava il deposito di fede, ma avrebbe anche esplorato il modo di esporre al mondo le verità che la Chiesa porta nella storia in modo più efficace. Si dice spesso che Giovanni XXIII intendeva il Vaticano II come concilio “pastorale”, ed è vero, ma il pontefice, storico di mestiere, aveva una visione molto ampia di ciò che voleva dire “pastorale”.

Sapeva che il papa della sua giovinezza, il grande Leone XIII, aveva sciolto energie riformiste nella Chiesa, energie che avevano creato una notevole turbolenza (e conflitti non trascurabili) nella prima metà del XX secolo. Voleva concentrare quelle energie riformiste attraverso l’esperienza prismatica di una nuova Pentecoste, di modo che la Chiesa potesse essere un testimone più evangelicamente inoppugnabile di Gesù Cristo e del suo Vangelo. “Decostruire” il cattolicesimo era l’ultima cosa a cui pensava Giovanni XXIII. Il suo grande obiettivo strategico era una Chiesa che potesse offrire al mondo la “medicina della misericordia”, come affermò nel discorso di apertura al Concilio, nella forma delle verità vivificanti.

Come sa chiunque abbia vissuto gli anni post-Vaticano II, il Concilio di Giovanni XXIII ha creato grandi turbolenze. Una ragione, ne sono convinto, è il fatto che il Vaticano II, a differenza dei concili ecumenici precedenti, non forniva chiavi autorevoli alla sua interpretazione. Non ha definito dogmi. Non ha condannato eresie o eretici. Non ha legiferato nuovi canoni per il diritto ecclesiale, non ha scritto alcun Credo, non ha commissionato un catechismo. Questi erano i modi in cui i concili precedenti avevano detto alla Chiesa “Questo è ciò che intendiamo”. Il Vaticano II non ha fatto nulla di tutto ciò.

E tutti noi sappiamo cosa è accaduto in seguito. Ne è scaturito un dibattito aperto su ciò che intendesse il Vaticano II, e in questo dibattito l’obiettivo strategico di Giovanni XXIII – una Chiesa evangelicamente rivitalizzata che proclamava la verità cattolica in modi che potessero essere compresi dalla modernità – è andato perso.

Poi Dio ha portato un uomo di santità, genio e profonda esperienza pastorale, un uomo del Concilio che aveva guidato un’implementazione estensiva del Vaticano II nella propria diocesi in condizioni estremamente difficili, ad essere il terzo successore di Giovanni XXIII: Karol Wojtyła di Cracovia, che ha preso il nome di Giovanni Paolo, onorando così i primi due successori di Giovanni XXIII. Nel corso del suo pontificato durato 26 anni e mezzo, e con l’aiuto di Joseph Ratzinger (un altro veterano del Vaticano II che sarebbe diventato il quarto successore di Giovanni XXIII), Giovanni Paolo II ha dato alla Chiesa le chiavi per un’interpretazione autorevole del Vaticano II.

Lo ha fatto attraverso il suo magistero, il sinodo dei vescovi mondiale e il Grande Giubileo del 2000. Quando è stato richiamato alla casa del Padre, aveva orientato la Chiesa verso l’obiettivo strategico che Giovanni XXIII aveva definito l’11 ottobre 1962: la riforma del cattolicesimo per un terzo millennio di azione evangelica e apostolica, per la guarigione del mondo.

Due discepoli cristiani radicalmente convertiti, un unico Concilio, due “fermalibri”: questo è ciò che il cattolicesimo ha celebrato nella canonizzazione di San Giovanni XXIII e San Giovanni Paolo II.

George Weigel è Distinguished Senior Fellow dell’Ethics and Public Policy Center di Washington, D.C.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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concilio vaticano iigiovanni xxiiisan giovanni paolo ii
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