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Il pittore che ispirò la vocazione di Giovanni Paolo II

Karol Wojtyla jouant dans une pièce de théâtre. – it

© CPP / CIRIC

Mirko Testa - Aleteia - pubblicato il 27/04/14

San Alberto Chmielowski abbandonò l'arte per dedicarsi al servizio dei poveri e dei sofferenti

Ai tempi del ginnasio, Karol Wojtyla aveva vinto un concorso di recitazione e in seguito a Cracovia aveva recitato con un gruppo teatrale di semiprofessionisti. Durante l’occupazione nazista, il teatro entrando in clandestinità diventò quasi la sostanza stessa della vita. La situazione nella quale operava faceva di quel teatro una forma di resistenza all’invasore. Nei piani nazisti la Polonia avrebbe dovuto diventare il territorio di espansione del Terzo Reich, e la sua popolazione essere ridotta al livello di forza lavoro a basso costo. Per questo furono chiuse le varie istituzioni, i teatri e le biblioteche, e l’intellighenzia polacca fu il principale bersaglio dei piani omicidi di Hitler.

Organizzare un teatro clandestino negli appartamenti privati e partecipare alle rappresentazioni significava, allora, rischiare la deportazione nei lager. Il gruppo teatrale di cui Wojtyla faceva parte metteva in scena i testi proibiti della letteratura classica polacca, in genere opere del secolo scorso che mescolavano insieme contenuto patriottico e religioso. Al termine della guerra il gruppo teatrale che ebbe Wojtyla tra i suoi migliori attori si trasformò in un teatro di professioni e formò diverse grandi personalità della scena polacca. Il Teatro Rapsodico – questo il nome col quale si è stabilmente iscritto nella storia del teatro polacco – venne chiuso negli anni dello stalinismo a causa dei contenuti religiosi delle sue rappresentazioni.

Una figura decisiva per il giovane Wojtyla appassionato di teatro fu Adam Chmielowski (1845-1916), noto come fratel Alberto, di cui conservava in camera da letto un ritratto. Adam Chmielowski era un pittore di grande talento e un famoso critico d’arte che perse una gamba nell’insurrezione del 1863 contro i russi. A un certo punto, all’apice della sua carriera artistica, abbandonò tutto bruciando anche alcuni dei suoi quadri e cominciò a vivere insieme ai mendicanti e agli emarginati di Cracovia. Arrivò a fondare persino due congregazioni religiose dedite al servizio ai poveri.

Nel suo libro autobiografico intitolato “Dono e Mistero” (1996) papa Wojtyla scrisse: “In lui trovai un particolare appoggio spirituale e un esempio nel mio allontanarmi dalla letteratura e dal teatro, per la scelta radicale della vocazione al sacerdozio”. Fratel Alberto è, per Giovanni Paolo II, l’espressione “delle tradizioni polacche di radicalismo evangelico, sulle orme di san Francesco d’Assisi e di san Giovanni della Croce”. Fu quel radicalismo a esercitare una forte influenza su Wojtyla indicandogli un itinerario dall’arte verso una scelta religiosa più profonda. In seguito, sarà proprio Giovanni Paolo II nel 1989 a proclamarlo santo.

Alla figura di fratel Alberto, Wojtyla – che in tutto ha scritto sei drammi (tre dopo l’ordinazione sacerdotale) nel corso di venticinque anni, tra il 1939 e il 1964 – dedicò un’opera drammatica dal titolo “Fratello del nostro Dio” all’età di 26 anni, quando era viceparroco nella parrocchia di Niegowic. Nel dramma è facile rintracciare le varie tappe dell’itinerario spirituale di Adam Chmielowski, in cui si rifletteva l’itinerario contrassegnato dalla ricerca del vero volto di Dio, prima nell’arte poi negli uomini, dello stesso Karol Wojtyla.

In particolare in una pagina del dramma scrive: “Continuo a cercare. Ma che cosa? Forse ho cercato abbastanza. Ho cercato fra tante verità. Tuttavia queste cose possono maturare soltanto così. Filosofia….Arte…La verità è ciò che infine viene a galla come l’olio nell’acqua. In questo modo la vita ce la svela…a poco a poco, in parte, ma continuamente. Inoltre essa è in noi, in ogni uomo. Ed è qui appunto che essa è vicina alla vita. La portiamo in noi, è più forte della nostra debolezza”.

E l’ultima battuta dell’opera che Wojtyla mette in bocca a fratel Alberto risuona in tutta la sua forza, come suggello di una vocazione genuina: “Tuttavia sono certo di aver scelto una libertà più grande”.

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