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Vivere il sacerdozio battesimale

Six Million People Attended Pope Francis Vatican Events in 2013 Jeffrey Bruno – it

Jeffrey Bruno

Dimensione Speranza - pubblicato il 24/04/14


Se è vero che uno degli apporti originali del discorso ecclesiologico del Vaticano II punta a rientrare il discorso sulla figura del cristiano tout court, viene definitivamente accantonata la ricerca di una definizione teorica di “laico” da cui ricavare deduttivamente un unico modello di “spiritualità”. A partire dalla condizione epocale attuale e dal vissuto biografico di ciascuno, si tratta piuttosto di profilare i “contorni” dell’essere e dell’agire credente. In una prospettiva teologico-pratica, non è possibile allora pensare che l’appartenenza ecclesiale, l’agire morale e la vita nello Spirito possano autorizzare livelli qualitativi diversi di appropriazione della fede cristiana: ogni battezzato è chiamato in ogni situazione esistenziale a riferirsi assolutamente al Signore Gesù in tutto il suo essere, pensare ed agire.

In questa linea, occorre allora dissipare l’equivoco che troppo di frequente ritorna nell’opinione pubblica ecclesiastica, allorché si suppone l’esistenza di una duplice formalità della scelta credente. Si distingue così qualitativamente l’esistenza cristiana di quanti, ricevendo l’ordine sacro o abbracciando la vita religiosa, consacrano l’intera esistenza alla causa del cristianesimo rispetto all’identità più generale dei “comuni fedeli”. Nel caso delle vocazioni di speciale consacrazione, l’esistenza credente si configurerebbe come sequela/limitazione di Gesù; mentre nel secondo caso, che interessa la condizione ordinaria dei semplici battezzati, la vita cristiana si configurerebbe più modestamente come adattamento della spiritualità alla condizione di normalità dell’esistenza umana.

Un tale pregiudizio non trova alcun conforto nel Nuovo Testamento. In un’ottica autenticamente cristiana non soltanto è infondato supporre qualsivoglia opposizione fra la carità verso Dio e la benevolenza nei confronti del prossimo, ma neppure la stessa osservanza dei consigli evangelici (povertà, castità, obbedienza) può essere riservata ai soli religiosi, a motivo del fatto che nessuno può ardire ad appropriarsi dei doni e dei comandamenti di Dio, escludendo altri da tale benedizione e responsabilità. L’unica spiritualità evangelica allora è quella di chi ridispone a seguire Gesù nella declinazione concreta della propria esistenza. In questo senso c’è del vero nell’affermazione che la questione dei laici – i quali si trovano in una condizione obiettiva di minorità in ordine alla consapevolezza della propria identità cristiana a causa di un regime ecclesiastico che per diversi motivi ha privilegiato altre componenti – coincide nient’altro con la questione del futuro della Chiesa: in altri termini, si tratta di scommettere sulla figura di credenti adulti capaci di mostrare la compatibilità fra il principio evangelico e la fedeltà all’attuale contesto ecclesiale e storico-civile.

La possibilità di questa figura spirituale – ma che poi è la stessa possibilità della fede in quanto tale – è legata precisamente alla formazione del cristiano, anche sotto il profilo teologico. Si tratta dunque di rendere possibile, praticabile, plausibile ciò che è doverosamente richiesto dall’Evangelo. Una tale chance deve essere reclamata e promossa non già per qualche stato di vita o per qualche élite, ma per ogni cristiano: al di là di questo, niente deve essere richiesto di più, ma niente dovrebbe essere richiesto di meno.

Pluralità di ministeri nell’unità della missione

Il “nuovo corso” conciliare, sulla scorta delle acquisizioni relative alla natura/missione della Chiesa e all’identità, del cristiano ha comportato una ri-trattazione dell’idea di ministero apostolico, propiziando al tempo stesso un processo di revisione delle forme istituzionali (ministeri, uffici, servizi) in cui storicamente si è organizzata la premura della comunità cristiana sul versante della diaconia.

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