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L’Inghilterra, Cameron e il cardinale Biffi

TO/POOL/Rupak De Chowdhuri
INDIA, KOLKATA : Britain's Prime Minister David Cameron speaks during an interactive session with students of the Indian Institute of Management Calcutta, on the outskirts of Kolkata on November 14, 2013. Cameron is in India for a one day visit ahead of the Commonwealth Head of Government meeting (CHOGM) which is scheduled to be held in the Sri Lankan capital Colombo from November 15-17. AFP PHOTO/POOL/Rupak De Chowdhuri
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Dove finisce l’Europa?

Davanti ai capovolgimenti culturali di cui siamo testimoni sempre più spesso capita di sentire domandare «Dove andremo a finire?», laddove del futuro non si sa dire molto di preciso se non la vaga percezione che si preparino tempi pesanti. 

Ebbene, oggi abbiamo la possibilità di avere un’immagine più chiara del nostro futuro: basta dare un’occhiata in Inghilterra e ripensare alle parole profetiche del cardinale Giacomo Biffi di venticinque anni fa.

Cosa succede dunque in Inghilterra? Cominciamo dal primo fatto: il premier David Cameron nei giorni scorsi ha scritto una lettera al The Church Times, settimanale anglicano, definendo l’Inghilterra «un paese cristiano» e sottolineando l’importanza che la fede cristiana ha avuto per lo sviluppo dell’Inghilterra stessa. Cameron ha arricchito la lettera di ricordi personali legati alla Chiesa (anglicana), ma centro della lettera era soprattutto sottolineare che la fede è stata «la forza trainante dietro alcuni dei principali progetti sociali del nostro paese», e che quindi bisogna valorizzare maggiormente le organizzazioni sociali ispirate dalla fede. Affermazioni tutto sommato ovvie e perfino banali, e anche vagamente ruffiane da parte di un primo ministro che solo poche settimane prima si era speso per l’approvazione del matrimonio fra persone dello stesso sesso, questione che ha spaccato la Chiesa anglicana. Non a caso nella lettera non ha mai toccato il tema della famiglia, che pure – come qualche commentatore ha fatto notare – con la civiltà cristiana qualcosa c’entra.

Eppure sono bastate quelle poche parole per provocare una reazione durissima da parte di 55 intellettuali che hanno scritto una lettera ai quotidiani nazionali per stigmatizzare le affermazioni di Cameron. A sentire loro pare che non si possa più parlare di Inghilterra come paese cristiano, è addirittura uno scandalo, mancanza di rispetto per le culture e religioni diverse che popolano ormai l’Inghilterra: con queste dichiarazioni il primo ministro diventa «divisivo» e «settario». A dare forza a queste affermazioni il fatto che all’ultimo censimento gli inglesi che si definivano cristiani erano scesi al 59% contro il 72 di dieci anni prima, senza considerare che la frequenza nelle chiese, soprattutto anglicane, è ormai minima.

In effetti Cameron non aveva fatto riferimento alla necessità di partecipare alle funzioni in chiesa, quanto a una più generica impronta cristiana che sicuramente «fa la differenza» nella società.

Non sorprenderà sapere che tra i 55 firmatari della lettera di accusa a Cameron non c’è neanche un islamico, un indù, un sikh o qualsivoglia appartenente a religione non cristiana. E’ la solita menata di laicisti sedicenti atei che sono soprattutto anti-cristiani, ma i cui argomenti oggi sono penetrati nella società e sono condivisi da una fetta sempre crescente di popolazione che ormai possiamo definire post-cristiana.

Ma proprio nei giorni in cui si discute se la civiltà cristiana vada abbandonata solo nei fatti, oppure anche a parole, da qualche altra parte in Inghilterra spunta qualcosa di nuovo. Ci sono infatti indagini in corso perché nell’area di Birmingham gruppi fondamentalisti islamici sono accusati di aver preso il controllo di almeno 18 scuole statali imponendo silenziosamente gli insegnamenti coranici e discriminando ovviamente non islamici e femmine. Si parla di aree a forte immigrazione, dove gli studenti islamici sono ormai maggioranza e in alcune scuole sono addirittura il 100%. Ma il caso di Birmingham è particolare perché si tratta di un’azione ben studiata da parte di gruppi radicali islamici che in questo modo intendono promuovere l’insegnamento del fondamentalismo. Almeno in una scuola, ad esempio, è stato invitato a parlare un predicatore vicino ad al-Qaeda il cui piatto forte è l’antisemitismo.

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