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Il «mio» Giovanni Paolo II: la forza nella fragilità dell’uomo

© ALESSIA GIULIANI/CPP

<span class="standardtextnolink"><a class="standardtext">ALESSIA GIULIANI/CPP</a></span><br /> <span class="standardtextnolink">Paula Olearnik of Poland embraces Pope John Paul II during a ceremony in St. Peter&#039;s Square at the Vatican in this April 1, 2004, file photo. The pontiff often urged Catholic youth to dedicate themselves to God.</span>

Emanuele D'Onofrio - Aleteia - pubblicato il 23/04/14

Agasso: Giovanni Paolo II mostrava una straordinaria forza nella fragilità, proprio perché lui si rendeva conto di diventare ogni giorno più debole. Boccardo racconta che l’unica volta che vide Wojtyla alterato fu quando in Polonia si era ritirato in una cappella a pregare, mentre da fuori arrivavano il clamore della gente e il canto di un coro che provava per la messa. Lui si arrabbiò moltissimo perché non poteva andare ad azzittire tutti personalmente: allora batté più volte la mano sulla sedia chiedendo che facessero star zitte queste persone. Era arrabbiato perché si sentiva fragile e impotente; ma nonostante questo lui ha sempre ripetuto ai suoi collaboratori: “io andrò avanti testimoniando il Vangelo finché Dio vorrà”. E così fece, al di là della spoliazione che interessò il suo fisico: ricordiamo che prima perse la facoltà di camminare, poi la voce, insomma, via via vennero meno i suoi strumenti di evangelizzazione, divenne fragilissimo, dipendente da tutto e da tutti. Eppure utilizzò perfino questo per evangelizzare.

Che cosa c’era di “polacco” nel suo pontificato?

Agasso: Certamente egli ha portato la capacità di resistere della fede contro tutte le avversità, contro ogni tipo di “invasione”. Poi ha portato una forte impronta mariana: la Madonna di Czestochowa era ogni giorno davanti ai suoi occhi nella cappella. Ha portato anche la sua forza fisica, la capacità di affrontare tutto, dall’attentato, alla malattia, agli incidenti; questo essere montanaro, coriaceo, resistente, capace di sopportare sempre. E poi c’è tutto l’aspetto politico, che riguarda il bisogno di libertà, come quando andò in Polonia e disse: “Nessuno può pensare di togliere Dio all’uomo”. Questo fu il messaggio forte che portò nel mondo, a tutti i dittatori di destra e di sinistra.

Cosa lo rendeva così affascinante per i giovani?

Agasso: C’è un piccolo episodio che illustra bene questo concetto. Boccardo racconta che a Denver Giovanni Paolo II arrivò in uno stadio dove era raccolta una moltitudine di giovani. Quando il papa salì per andare sull’altare che era stato costruito, le telecamere inquadrarono da vicino il suo volto commosso mentre guardava i giovani davanti a lui che cantavano e ballavano. Gli si videro quasi le lacrime scendere dagli occhi. Qualche giorno dopo fu realizzata un’inchiesta con alcuni giovani di Denver a cui fu chiesto cosa li avesse colpiti, e qualcuno di loro rispose: “Michael Jackson non ha mai pianto per me!”. Credo che i giovani vedevano in Wojtyla una persona autentica, credibile, per come si comportava, per come parlava, per le cose che diceva, per la capacità di essere felice in mezzo a loro, ma sempre molto duro, preciso, molto insistente nel richiedergli di fare la loro parte, di non lasciarsi abbindolare o scoraggiare, e soprattutto di non lasciarsi sviare nel rapporto con Dio.

Dunque i giovani vogliono nel papa non un “amico”, ma un padre autorevole?

Agasso: Esatto, un padre autorevole, che ha autorevolezza perché vive quello che dice. Lui ha vissuto quello che diceva, anche da giovane. Come si ricorda spesso, “non ci sarà chiesto se siamo stati credenti ma credibili”, e Giovanni Paolo II è stato profondamente credibile, soprattutto per i giovani, che sono quelli che hanno maggior bisogno di testimoni significativi per la loro vita.

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san giovanni paolo iisanti e beati
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