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Chi è l’uomo della Sindone?

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Mirko Testa - Aleteia - pubblicato il 20/04/14

4) Il luogo in cui l’uomo della Sindone fu sepolto o in cui il lenzuolo rimase esposto più a lungo può essere ricavato da due elementi: i pollini rimasti imbrigliati nella sua trama e appartenenti a varie specie vegetali esistenti solo in Medio Oriente o per lo più concentrate in un’area che circonda la zona di Gerusalemme; il terriccio rinvenuto e contenente aragonite, un minerale abbastanza raro però diffuso nei dintorni di Gerusalemme.

Le analisi sul tessuto sindonico hanno permesso di accertare la presenza sia di pollini europei (in quantità più esigua) che di pollini di piante che vivono nella regione di Costantinopoli, nella steppa anatolica e sulla sponde del Mar Morto. Studiando i diversi spostamenti del telo sindonico ricavabili sin dalle testimonianze cristiane più antiche, gli esperti di botanica hanno trovato riscontri al tragitto di questo sudario che parte da Gerusalemme, passando per la Palestina, Edessa, Costantinopoli, Budapest, Lirey, Chambery, fino ad arrivare a Torino nel 1578. Lo studioso Max Frei, dopo aver raccolto campioni di piante durante la stagione della fioritura nelle regioni geografiche in cui la Sindone può aver soggiornato, aveva individuato i pollini di 58 piante diverse sul misterioso lenzuolo, nessuna specie anemofila, cioè trasportata dal vento: 45 di queste crescono in un unico territorio al mondo, l’area cioè circostante Gerusalemme. In seguito, Uri Baruch esaminando i preparati di Frei confermò la presenza di Gundelia tourneforti – che fiorisce nel periodo primaverile tra Gerusalemme e il Mar Morto e alla quale appartiene oltre il 50% dei pollini rinvenuti sulla Sindone – di Zygophillum dumosum e di Cistus creticus. piante che vivono e fioriscono insieme in un’unica area al mondo: quella tra la città di Hebron e Gerusalemme. In seguito l’individuazione di altre quattro specie oltre a quelle tre spinse il docente di botanica Avinoam Danin ad affermare che la sepoltura doveva aver avuto luogo in marzo-aprile. Un indizio per capire che questo cadavere venne deposto con onori assolutamente non permessi per i condannati a morte, che secondo la norma dovevano restare per dodici mesi nello spazio infamante di un sepolcreto pubblico prima che i loro resti potessero essere resi ai parenti. Inoltre, in alcuni campioni prelevati nella zona dei piedi c’era del terriccio: l’uomo aveva quindi camminato scalzo per un certo lasso di tempo. Le stesse tracce furono rinvenute in corrispondenza della punta del naso e del ginocchio sinistro, che risulta vistosamente tumefatto, come se l’uomo poi avvolto nel telo fosse caduto a terra battendo violentemente anche il viso senza la possibilità di ripararsi con le mani (come per l’impedimento del patibulum). L’esperto di cristallografia Joseph A. Kohlbeck e il fisico Ricardo Levi-Setti hanno notato che quel terriccio contiene aragonite, un minerale abbastanza raro però molto diffuso nel terreno di Gerusalemme. Inoltre nel telo è stata rintracciata la presenza del natron, un composto usato in Palestina ed Egitto per la conservazione delle salme.

5) Attraverso la ricostruzione dell’impronta di due monete e di alcune scritte rinvenute sul lenzuolo della Sindone, si può ipotizzare che l’uomo venne sepolto attorno al 29-30 d.C.

In seguito a delle analisi iniziate nel 1951, padre F. L. Filas affermò di aver individuato sulla palpebra destra del volto sindonico impronte estremamente simili a quelle esistenti sulla faccia di una moneta, un “dilepton lituus”, che presenta sul diritto il simbolo del “lituo” – cioè di una specie di bastone da pastore, presente su tutte le monete di Pilato coniate dopo il 29 d.C. – circondato dalla scritta greca TIBEPIONƳ KAIƩAPOƩ: una moneta che risale quindi ai tempi di Tiberio. Pierluigi Baima Bollone e Nello Balossino attraverso l’elaborazione dell’immagine bidimensionale dell’arcata sopraccigliare sinistra hanno invece evidenziato la presenza di segni riconducibili a un “lepton simpulum”, una moneta bronzea che oltre alla riproduzione sul verso di una coppa rituale con manico (“simpulo”), recava anche la scritta TIBEPIONƳ KAIƩAPOƩ LIS, ovvero risalente all’anno XVI dell’imperatore Tiberio, che corrisponde all’anno 29-30 d.C. La presenza di monetine, riflesso di un’usanza pagana entrata nella consuetudine ebraica, è stata confermata dal ritrovamento di monetine nelle cavità orbitali di teschi rinvenuti a Gerico, e risalenti all’epoca di Cristo e a En Boqeq, nel deserto di Giuda, dell’inizio del II sec. d.C. Sono stati poi osservati anche dei segni grafici sul lenzuolo che i diversi paleografi hanno tentato di interpretare in vario modo. Le immagini più definite riguardano la scritta INNƩCE, che potrebbe corrispondere alla forma abbreviata latina di in necem ibis, “andrai a morte”, che era la sentenza di condanna. Altri studiosi hanno invece ravvisato la presenza anche di scritte in caratteri ebraici. Secondo Barbara Frale, le scritte trasferitesi per contatto da cartigli identificativi del nome del condannato e dell’autorizzazione legale a eseguire la pena, andrebbero tradotte così: “Gesù Nazareno. Trovato [che sobillava il popolo, cfr. Lc 23,2]. Messo a morte nell’anno 16 di Tiberio. Sia deposto (oppure: veniva rimosso) all’ora nona. [Sia reso in] Adar [sheni]. Chi esegue gli obblighi è […]”. Adar sheni è il mese nel quale i parenti, un anno dopo, avrebbero potuto recuperare i resti del defunto. Barbara Frale nel volume “La Sindone di Gesù Nazzareno” (Il Mulino, 2009) riferisce che a Gerusalemme l’unico modo per identificare a distanza di un anno i cadaveri dei condannati a morte che per un anno era stati nel sepolcreto pubblico prima di essere riconsegnati ai parenti erano questi certificati di sepoltura.

CONCLUSIONE:
Anche se la Chiesa non si è mai pronunciata ufficialmente e in maniera definitiva sull’identità dell’uomo raffigurato nella Sindone ma continua a incoraggiare la ricerca scientifica sul lino di Torino, tutte le indagini condotte sinora convergono su una risposta: il corpo misteriosamente impresso può essere con altissima probabilità solo quello del Cristo deposto dalla croce. Tutto sembra far restringere il cerchio delle ricerche attorno alla Palestina del I sec. Inoltre, vi è una sostanziale concordanza tra il racconto dei Vangeli sulla Passione di Cristo e le informazioni che riusciamo a ricavare dalla Sindone, tanto più grande in quanto alcune particolarità risultano divergere dalla crocifissione romana del I sec.:

•    l’efferata flagellazione, smisurata prima di una crocifissione (sono stati ipotizzati 60 colpi di frusta) → Gesù venne flagellato e percosso sul volto e sul corpo [Mc 15,15-19; Mt 27,26-30; Lc 23,16; Gv 19,1-3];
•    la coronazione di spine (non abbiamo documenti che riportino una tale usanza per le crocifissioni né presso i romani né presso altri popoli) → Gesù venne rivestito dai soldati romani della corona di spine e della porpora per essere schernito come re dei Giudei [Mc 15,17; Mt 27,29; Gv 19,2];
•    il trasporto del patibulum, il palo orizzontale della croce (nelle crocifissioni, soprattutto
in quelle di massa, si preferivano alberi o croci occasionali)
→ Gesù trasportò la propria croce fino al Golgota (Mc 15,20-21; Mt 27,31-32; Lc 23,26; Gv 19,17)
•    la sospensione alla croce con i chiodi invece delle più comuni corde (una particolarità che sembra fosse riservata a crocifissioni ufficiali) → Nel Vangelo di Giovanni, nell’episodio dell’apostolo Tommaso, si dice che Gesù portava i segni della crocifissione sulle mani, mentre Luca fa riferimento sia alle mani che ai piedi [Gv 20,25 e 20,27; Lc 24,39-40];
•    l’assenza di crurifragium, la frattura delle gambe inflitta per accelerare la morte → A Gesù non vennero spezzate le gambe come ai due ladroni perché morì in maniera insolitamente rapida, tanto che Pilato se ne stupì [Gv 19,32-33; Mc 15,44];
•    la ferita al costato inferta dopo la morte (un fatto raro) → Gesù venne colpito con una lancia al costato da un centurione per accertare che fosse morto. Dalla ferita fuoriuscì acqua mista a sangue [Gv 19,34];
•    la mancata unzione, rasatura e vestizione del cadavere com’era previsto dagli usi dell’epoca e la sepoltura affrettata → Gesù venne avvolto nudo in un lenzuolo e posto in un sepolcro subito dopo la deposizione dalla croce, perché stava sopraggiungendo la sera ed era la vigilia della Pasqua ebraica che coincideva quell’anno con lo shabbat, il giorno di riposo della settimana in cui è vietato qualsiasi lavoro manuale;
•    l’avvolgimento del cadavere in un lenzuolo pregiato e la deposizione in una tomba propria invece della fine in una fossa comune → Giuseppe di Arimatea, un ricco membro del Sinedrio, acquistò il lino in cui venne avvolto Gesù e lo seppellì in un sepolcro da lui stesso fatto scavare nella roccia [Mc 15, 42-46; Mt 27, 57-60; Lc 23, 50-54; Gv 19, 38-41];
•    il breve tempo di permanenza nel lenzuolo → Gesù morì all’età di 37 anni venerdì 7 aprile dell’anno 30 d.C., intorno alle 15:00, dopo sole tre ore di agonia, il suo corpo rimase nella tomba dalle 18:00 circa di quello stesso giorno fino alle 6:00 circa di domenica 9 aprile, quando Maria di Magdala insieme ad altre donne trovò il sepolcro vuoto [Mc 16,1-8; Mt 28,1-10; Lc 24,1-10; Gv 20,1-10).

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