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Dodici discepoli di Gesù si raccontano in un libro

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Gesù arringa i discepoli. Dopo la sua morte, loro proveranno a diffondere la dottrina cristiana tra mille difficoltà. Alcuni subiranno violenti omicidi

Roberta Sciamplicotti - Aleteia - pubblicato il 19/04/14

“Al di là del Cedron”, di don Bortolo Uberti

“Un cammino progressivo e una lettura ampia dell’esperienza credente”, che parte “dalla dimensione più esistenziale che provoca a pensare circa il senso della vita e il suo destino, le relazioni e gli affetti, la sofferenza e la prova, la ricerca di Dio”, per arrivare “all’esperienza centrale e decisiva della Pasqua di Cristo a Gerusalemme, e compiersi nel germogliare della vicenda ecclesiale e nel compito evangelizzatore del discepolo”.

Così monsignor Severino Pagani, Vicario episcopale per la Pastorale Giovanile della diocesi di Milano, descrive nella prefazione il libro di Bortolo Uberti “Al di là dal Cedron. Dodici discepoli di Gesù si raccontano” (Ancora).

Il testo di don Bortolo narra la vicenda spirituale e umana di dodici personaggi del Vangelo di Giovanni che si raccontano in tono confidenziale e comunicano la loro esperienza di fede.

Nelle loro vicende, osserva monsignor Pagani, si ritrovano “quelle dinamiche dell’esperienza umana e spirituale che ciascuno di noi ha attraversato o vive; le attese e la ricerca, l’entusiasmo e la fatica, i dubbi, le paure, i fallimenti, ma anche la testimonianza coraggiosa, l’impegno missionario, la gioia e la bellezza di stare con Gesù e il desiderio di annunciarlo agli altri”.

Tra le pagine, il lettore può scorgere il discepolo che più gli assomiglia, nel quale ritrova tante sue domande o situazioni analoghe per le quali è passato, ma “è altrettanto possibile che un lettore possa ritrovarsi ora in un personaggio e ora in un altro, secondo la stagione spirituale che sta attraversando e secondo le vicende che la vita gli pone dinnanzi”.

Il Cedron, un torrente che scorre d’inverno a est di Gerusalemme, è un confine, ricorda don Bortolo. Di là dal Cedron “c’è un luogo che non è soltanto uno spazio fisico, ma è soprattutto una dimensione dello spirito”, che si potrebbe definire “un luogo della fede”, nel quale si manifestano “le dimensioni fondamentali del cammino di sequela, che ogni uomo deve compiere”, e “gli atteggiamenti principali che ogni discepolo di Gesù vive nella storia della propria fede”.

Quel luogo, raccontano i Vangeli, era conosciuto da Gesù e dai suoi, che vi si ritiravano spesso nel silenzio. “Lo immagino come il posto dell’intimità e della confidenza, dell’ascolto e della confessione”, scrive don Bortolo, aggiungendo che il luogo “porta anche i segni di tutta la debolezza e la fragilità dei discepoli di Gesù”: “lì s’incontra Giuda, il traditore, e Pietro, che sceglie la via della spada per difendere se stesso e il suo Maestro, guadagnandosi un nuovo rimprovero. Lì, raccontano i sinottici, i discepoli non hanno saputo vegliare con Gesù e hanno ceduto alla pesantezza del momento e della giornata. Scorgiamo, tra quegli ulivi, i segni della paura, del dubbio, del rifiuto, del tradimento”.

“Ma quel luogo, contemporaneamente, celebra la consegna di Gesù nelle mani dell’uomo che può eliminarlo dalla propria vita o può riconoscere il gesto incondizionato ed estremo dell’amore. È la notte che conosce le tracce dell’amicizia che giunge a dare la propria vita ed è la notte nella quale chi pretende di mettere le mani su Dio in realtà deve rendersi conto che ottiene il contrario: Dio stesso si consegna nelle mani dell’uomo. In quel giardino si rivela, nella sua definitiva drammaticità, il progetto di salvezza del Padre e in quell’orto volge al suo compimento”.

“Di là dal Cedron Gesù ci fa conoscere l’intensità del suo rapporto con il Padre, nella preghiera e nella docilità a compiere il suo disegno, anche quando questo prende la forma di un calice amaro. Il Figlio di Dio manifesta la sua fede e la sua libertà, che uniscono la piena adesione al piano salvifico e la sua totale disponibilità nel portarlo a compimento”.

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