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“Il Papa come lo conosco”

© Emanuela DE MEO / CPP / CIRIC

Rossoporpora - pubblicato il 18/04/14

Come si può spiegare questa grande attrazione?
Non soltanto con le grandi virtù comunicative di papa Francesco. C’è qualcosa di più. Forse, dopo i tempi drammatici, il cuore della gente attendeva qualcosa d’altro, serenità, gioia. D’altra parte papa Francesco dall’inizio stesso del suo pontificato ha fatto tutto il possibile, con la grazia di Dio e anche guidato dalla sua esperienza pastorale precedente, per cercare di arrivare al cuore delle persone. Questa attrazione persiste. Non è stato l’entusiasmo passeggero della novità, come tanti pensavano. Anzi, piazza San Pietro all’Angelus domenicale e nelle udienze del mercoledì è più piena che mai. E i sondaggi in tanti Paesi confermano una popolarità straordinaria, che – è anche comprensibile – nell’America latina si situa oltre il 90% di consensi.

Di che tipo è questa grande attrazione?
E’ certo un fenomeno molto complesso. Vi ritroviamo l’attrazione superficiale, che i massmedia a volte alimentano. A volte l’attrazione è determinata dalla curiosità, spesso di persone lontane dalla Chiesa. Poi c’è l’attrazione che sta rompendo molti pregiudizi, resistenze. Attratti sono anche coloro che vedono riaffiorare dentro di sé domande e attese. Per moltissimi poi l’attrazione è legata al rifiorire della fede.

Che cosa significa per la Chiesa avere per la prima volta un Papa latino-americano? E per l’America latina? Qualcosa di sostanziale è cambiato?
Il cambiamento è profondo. Prima abbiamo avuto, dopo 500 anni, un Pontefice venuto al di là delle frontiere italiane, dalla Polonia semper fidelis. Poi un altro europeo non italiano, il più grande dei pensatori della cultura umanistica europea, il cardinale Joseph Ratzinger. Prima il Papa, pellegrino tra le nazioni; poi il maggior rappresentante della tradizione cristiana europea. Ora abbiamo un Papa che viene quasi dalla fine del mondo, al di là dell’Oceano.

 … frutto anche di un riassestamento geopolitico?
Sì. Questa elezione è in una certa misura il segno del declino economico, politico, culturale, ed anche un po’ ecclesiastico dell’Europa. E’ un fatto inedito. L’Europa per tanti secoli è stata la culla dello sviluppo e della propagazione della fede ovunque. E’ dal 1945 che l’Europa non era più al centro del mondo, ma per la Chiesa cattolica restava il continente più importante. Il Vaticano II – certamente un dono per tutta la Chiesa – è stato ancora un concilio di fattura prevalentemente europea, fondato sul rinnovamento elaborato in una fascia di territori che partiva dal Benelux, scendendo fino all’Italia del Nord e centrale. I padri sinodali latino-americani avevano dato un apporto modesto all’elaborazione dei testi conciliari, tanto che, nelle prime sessioni, erano chiamati da alcuni, con una certa ironia, ‘rappresentanti della Chiesa del silenzio’. Ma dopo il Concilio, quando si trattò di attuarlo, le nostre Chiese latino-americane hanno incominciato un cammino intenso, anche drammatico, ma teso al raggiungimento di una maggiore maturità, all’assunzione di nuove responsabilità. Questo significa che la Chiesa universale diventa molto più multipolare…

Multipolare… forse Roma non viene più considerata come il centro?
No, Roma è sempre il centro. Il centro è dove c’è il Successore di Pietro. E’ stata, è e sempre sarà il centro della Chiesa. Ma un grande studioso gesuita brasiliano, Henrique Claudio de L
ima Vaz, già negli Anni Settanta parlava di Chiese che sono fonti e Chiese che sono riflesso. La Chiesa europea è stata Chiesa-fonte fino ai nostri giorni, certo ancora per il Concilio Vaticano II. Le nostre Chiese latino-americane erano Chiese-riflesso. Oggi anche noi incominciamo ad essere Chiesa-fonte. La geopolitica ecclesiastica sta vivendo un cambiamento di portata imprevedibile.

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papa francesco
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