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Quando il cervello non è sufficiente a spiegare la coscienza

ZENIT - pubblicato il 17/04/14

Quali sono i numeri dei pazienti in coma, in SV di diverso tipo?
Gandolfini: Non esiste un registro in Italia. Si stima che siano circa 3500 i nostri concittadini in SVP. Di questi la stragrande maggioranza, circa il 90%, sono accuditi in famiglia nell’Italia del sud, mentre nell’Italia del nord, dove le strutture sociali sono più avanzate e progredite, quelli che sono accuditi in famiglia sono il 27%. Mentre il 73 % sono accuditi in strutture apposite.

La IV giornata degli stati vegetativi, celebrata lo scorso 9 febbraio, è stata ignorata dalle istituzioni. Cosa ne pensa?
Gandolfini: Quando il governo Monti cercò di tagliare i fondi per le grandi disabilità, noi neurologi ci demmo da fare per far presente che la civiltà di uno stato si misura proprio in base all’accudimento dei maggiori disabili. Tanto più una persona è disabile e vulnerabile tanto più dovrebbe essere tutelata e curata. È un grave vulnus civile pensare di tagliare i fondi per la gravi disabilità. Ci siamo dati da fare presso il ministro Lorenzin perché si mantenesse la tradizione della giornata degli SV. Da dopo la morte di Eluana Englaro è la prima volta che non si organizza e abbiamo contattato anche Balduzzi, perché ci è stato risposto che non c’erano i fondi per la giornata. Balduzzi ci ha detto che questo non era vero, perché esiste un deposito appositamente destinato. Immagino, che non ci sia la volontà di farlo. 

Vite indegne di esser vissute?
Gandolfini: A volte si fa riferimento a quella bruttissima categoria che pure Hitler riprese nel Meine Kampf del 1924. Lui fu il primo a dare attuazione a tale teoria, perché oltre ai lager, negli ospedali psichiatrici tedeschi, sono stati uccisi 70mila “ariani”, non ebrei, perché “alienati mentali”,. Bisognerebbe ricordare dove sta la radice di questa orribile visione antropologica. Forse anche noi ci domandiamo “queste vite che senso hanno, chissà come soffrono?”. Invece, da alcune immagini raccolte durante delle ricerche, è emerso che le aree del paziente in SV sono una parte profonda del cervello dove ha sede l’area del piacere. In un soggetto in SV queste aree sono in grado di funzionare riverberando su se stesse, dando origine ad uno stato che loro esperiscono come piacevole mentre noi dall’esterno vediamo come di spaventosa disabilità. Questo dà conto a tutti quei racconti di persone risvegliatesi a distanza di dieci anni che raccontano “ma io vivevo in una condizione di luce, di pace di serenità”. In realtà sembra proprio che lo stato che vivono queste persone, ovviamente coniugato con momenti di sofferenza, di base sia uno stato di quiescenza e di tranquillità interiore.


Qual è in questi casi la funzione della medicina?

Gandolfini: Io continuo a pensare che la medicina sia nata per salvaguardare la vita, per restaurare la salute dove è possibile e prevenire la malattia. Non è nata per uccidere i malati.  La funzione del medico e dello scienziato non è quella di trovarsi davanti ad un ponte rotto e dire “vabbé buttiamolo giù che ormai è rotto”, ma è quello di trovare il tassello che manca per cercare di ricostituire quel ponte. Ogni teoria che pensa di risolvere uno stato patologico grave eliminando il malato secondo me non fa parte dello statuto ontologico della medicina.

Qui l’originale

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Tags:
bioeticacervellocoscienzafede e scienza
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