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Pasqua e il suo ciclo

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Dimensione Speranza - pubblicato il 17/04/14

b) Il tempo pasquale (pentecoste)

Come le grandi feste abbiano bisogno di un certo “tempo di risonanza” si può vedere già nel calendario liturgico ebraico, in cui 50 giorni (= sette settimane) dopo la festa di Pesach (insieme festa dei pani azimi) veniva celebrata la “Festa delle settimane” (= Shavuot) come festa della mietitura del grano e memoriale dell’Alleanza al Sinai. Corrispondentemente già il II secolo conosce il tempo pasquale dei 30 giorni (in greco Pentekoste), che secondo At 2,1 s. si compie con l’effusione dello Spirito santo promesso, il vero frutto del mistero pasquale. Le NG rimangono sul terreno della più antica tradizione quando affermano: «I cinquanta giorni che si succedono dalla domenica di risurrezione alla domenica di pentecoste si celebrano nell’esultanza e nella gioia come un solo giorno di festa, anzi come “la grande domenica”» (22). Espressione simbolica di questa ininterrotta gioia festiva è la prescrizione di lasciare il cero pasquale come simbolo del Signore risorto, durante i 30 giorni, davanti all’assemblea, in prossimità dell’altare, e di accenderlo durante le celebrazioni.

La prima settimana del tempo pasquale forma l’ottava di pasqua. La liturgia di questa ottava è caratterizzata non solo dal mistero pasquale, ma anche dall’attenzione per i neobattezzati, i quali nelle celebrazioni eucaristiche quotidiane venivano introdotti più profondamente nei misteri dei sacramenti dell’iniziazione da essi ricevuti (“catechesi mistagogiche”) (2). Questa settimana si chiamava un tempo, a motivo delle vesti bianche dei neobattezzati, anche “settimana in albis”, e la domenica seguente domenica in albis. L’uso di celebrare la prima comunione in tale domenica risale al sec. XVIII.

Nel sec. VII sorse la Pascha annotinum come una commemorazione annuale del battesimo ricevuto. Poiché il vero anniversario, a motivo della data pasquale oscillante, non di rado cadeva prima della festa di pasqua, si delineò infine come giorno commemorativo il lunedì dopo la domenica in albis.

Per sottolineare più fortemente l’unità del tempo pasquale le rispettive domeniche vengono chiamate ora domeniche di pasqua, e la “domenica in albis” forma la seconda, mentre pentecoste forma l’ottava domenica. I loro testi liturgici sono intensamente caratterizzati dal mistero pasquale. La tradizionale “domenica del Buon Pastore” è stata spostata dalla terza alla quarta domenica di pasqua per non interrompere i vangeli delle apparizioni del Risorto. Per il tempo pasquale sono disponibili cinque prefazi (più tre per l’ascensione), di cui solo il primo è stabilito per determinati giorni (veglia, domenica e ottava di pasqua).

Nel sec. IV sorse, il quarantesimo giorno dopo pasqua, la festa dell’Ascensione, soprattutto ispirata ad At 1,3. «I giorni dopo l’ascensione, fino al sabato prima di pentecoste, preparano la venuta dello Spirito santo» (NG 26). In questo modo la novena di pentecoste formatasi nel clima della pietà popolare è accolta anche nella liturgia ufficiale.
Il cinquantesimo giorno dopo pasqua = Pentecoste (dal greco pentekoste = cinquantesimo, sottinteso giorno), è la conclusione del tempo pasquale. Sempre più, tuttavia, si vide in essa la festa autonoma dell’invio dello Spirito santo, le si diede una propria ottava e in certe parti della chiesa un secondo e un terzo giorno festivo, e si parlò di un proprio ciclo di pentecoste. La riforma liturgica postconciliare si preoccupò di collegare di nuovo più saldamente questo giorno a pasqua. Cade così anche l’ottava di pentecoste e nei testi liturgici si fa di nuovo fortemente riferimento a pasqua (colletta e prefazio). La sequenza Veni, Sancte Spiritus è stata mantenuta obbligatoria per pentecoste. Nei luoghi dove i fedeli partecipano numerosi alla messa nel lunedì e martedì di pentecoste si riprende la messa della solennità o si dice una messa votiva dello Spirito santo.

Il nuovo ordinamento ha soppresso questa processione penitenziale perché basata su un uso locale romano.
Le Litaniae minores devono la loro origine al vescovo Mamerto di Vienne, il quale nel 469, dopo un periodo di grandi tribolazioni per il paese, ordinò nei tre giorni prima dell’ascensione processioni penitenziali e digiuni. Roma accolse queste processioni penitenziali (senza i digiuni) solo sotto Leone III (+816). Le NG le hanno mantenute e ne hanno spiegato il senso, in collegamento con le quattro Tempora, nel modo seguente: «Con le Rogazioni e le Quattro Tempora, la chiesa suole pregare il Signore per le necessità degli uomini, soprattutto per i frutti della terra e per il lavoro dell’uomo, e ringraziarlo pubblicamente» (45). Il loro assetto più preciso è lasciato alla determinazione delle Conferenze episcopali. I vescovi italiani hanno stabilito che «la prassi delle “rogazioni”, espresse sia nella forma litanica che accompagna anche le processioni da un luogo all’altro, sia nella forma di supplica nelle liturgie eucaristiche per varie necessità o in altre celebrazioni.., può essere opportunamente rivalorizzata… in momenti particolari dell’anno liturgico: a) nella settimana di preghiera per l’unione dei cristiani… b) in uno o più giorni prima dell’ascensione… c) in occasione delle esposizioni solenni annuali dell’eucaristia… d) in occasione della giornata nazionale del ringraziamento.. e) in occasione dei pellegrinaggi ai santuari… In tutte queste circostanze nella celebrazione della messa si può usare un formulano adatto scelto tra quelli indicati nelle messe per varie necessità o votive…».

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pasqua cristianapasqua ebraicapentecostequaresimatriduo pasquale
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