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L’Eucaristia è l’atto politico per eccellenza

© DR
Cruz que recuerda la tregua de Navidad de 1914, en Comines-Warneton (Bélgica), colocada en 1999
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Riflessioni sulla “tregua di Natale” durante la I Guerra Mondiale

La cosiddetta “tregua di Natale” si estese arrivando a molti chilometri di distanza, e ovunque – e contrariamente agli ordini dei superiori – moltissime unità si rifiutarono di continuare la sordida battaglia nella quale qualcuno, i loro Stati, li aveva trascinati. Nessuno obbedì all’ordine di sparare, né quel giorno né quello successivo. In vari luoghi del fronte non si riprese il tetro lavoro di uccidere i propri simili fino al febbraio 1915.

Di fronte a qualcosa del genere nasce sempre una domanda, forse simile a questa: com’è potuto accadere un fatto del genere? Non era stata sufficiente la propaganda con cui ogni centro di comando riempiva le trincee e che si era iniziata ad inculcare mesi prima, come indica Chesterton, dal potente organo ideologico della scuola pubblica?

Forse vale la pena in primo luogo ricordare ai non cristiani, ma purtroppo anche a quelli che lo sono, che il cristianesimo non consiste nel compimento di una lista di mandati morali, né nell’essere di destra o di sinistra, né nel condividere qualsiasi tipo di discorso ideologico, e neppure nell’essere d’accordo con una nozione benevola della vita e dell’uomo o nell’agire coerentemente a questa nozione. La fede è una grazia che si riversa in modo efficace e gratuito sulla nostra vita, è un’altra vita che si inserisce in noi rendendoci maggiormente noi stessi. Mediante il Battesimo, e mediante l’Eucaristia, facciamo parte del Corpo di Cristo, non solo come Nazione, ma come Nazione di Nazioni: il Popolo di Dio, formato da qualcosa di meno fragile della nostra intenzione di unità, della nostra volontà di raggiungerla, che è per la comune appartenenza a Lui corpo del suo corpo e sangue del suo sangue, e quindi corpo del corpo del fratello e sangue del sangue del fratello. L’Eucaristia genera così una comunità che trascende barriere, frontiere, limiti culturali e linguistici, costituendosi nell’atto politico per eccellenza. Da questa nasce la vita di un popolo che si estende fino ai confini della terra.

L’Eucaristia produce un’unione reale tra i diversi, tra gli hutu e i tutsi, tra i palestinesi e gli israeliani, tra i poveri e i ricchi, formando tutti una comunità costruita dallo stesso Cristo presente tra noi e in ciascuno di noi. Tedeschi, austriaci, ungheresi, italiani, inglesi e francesi che si guardarono negli occhi in quella notte del 1914 hanno potuto dimenticare l’odio astratto fomentato da quegli Stati che reclamavano loro, come a Faust, la proprietà della loro anima, per rendersi conto che uccidendosi stavano uccidendo di nuovo, flagellando e crocifiggendo, il loro unico Signore.

Perché essere di Cristo non annulla l’identità che nasce dall’affetto per la terra, le tradizioni, la lingua, la propria cultura, ma la apre all’universale, al cattolico, all’incontro con l’altro, a non concepire l’appartenenza dal solito piano negativo, che delimita ciò che siamo per contrasto con quelli “che non siamo”, proprio il contrario dell’Eucaristia, che ci fa essere gli uni degli altri.

Quell’evento insolito, quel raggio di verità e speranza che percorse una landa di odio e morte, ci deve far pensare alla vera natura della vita politica nella quale siamo immersi al giorno d’oggi, in cui gli Stati contemporanei esigono che diamo loro tutto il nostro essere in cambia del riconoscimento di ciò che era nostro fin dall’inizio: un pugno di diritti che non esiteranno a calpestare, o a far sì che li calpestiamo gli uni agli altri se è nel loro interesse. Nel frattempo, continuiamo a pensare che dipendiamo dalle loro concessioni, briciole con cui ci vogliono togliere la libertà dei figli di Dio.

O siamo liberi da tutto e dediti a Dio, o rifiutiamo Dio e corriamo come stupidi dietro qualsiasi totem mettano davanti ai nostri occhi. A quel vitello
d’oro consegneremo il nostro sangue e immoleremo la nostra discendenza a patto che ci prometta di trasformare le pietre in pane e così, per una via di serena e inavvertita schiavitù, arrivi a fornirci l’unico placebo che è capace di fabbricare: quella triste e meccanica “felicità” della solitudine senza abbraccio né braciere.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

 

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